L’identità di genere in conflitto di un infante di Chivasso – chiosasonora

16 Dicembre 2018 Blog
#asilo di chivasso
#chiosasonora
#mica salis
#radiostreet

di Mica Salis

Ho un po’ di pudore a tornare sulla micragnosa vicenda del bambino dell’asilo di Chivasso (TO) vestito con un paio di pantaloni fucsia e, a quanto pare, un paio di mutandine rosa, dalle maestre che non avevano altri indumenti per cambiarlo. Ho deciso, però, di superare il pudore per entrare nel merito delle idee manifestate dalla madre del bambino nella lamentela scritta consegnata alle maestre. Non entro, invece, nel merito della scelta delle maestre di rendere pubblica la lamentela senza rispondere alla lamentela stessa. E non entro neanche nel merito della linea editoriale di tutti i maggiori giornali on line e di molti minori, che non si sono fatti sfuggire la notizia, dandole anche grande rilievo, senza preoccuparsi di dare la parola alla madre, o approfondire in altro modo.

Farò una veloce analisi del testo della lamentela, per evidenziare alcuni aspetti socioculturali trascurati nelle cronache. Innanzitutto, il fatto che la lamentela sia stata scritta su carta è notevole. In un’epoca in cui comunicazioni cruciali per il destino del Paese sono fatte attraverso Twitter, conversazioni che finiscono nella rottura di matrimoni, in licenziamenti, in pagamenti di tangenti sono fatte attraverso Whatsapp, la pubblica amministrazione ci manda messaggini e e-mail, scrivere una lettera, prendere carta e penna, vergare parole a mano, portare e consegnare il foglio nelle mani del destinatario è un procedimento eccezionale. Un procedimento lento, fatto di tanti passaggi, meditato, razionale, quindi gravato di un peso psicologico, ma soprattutto di un contenuto culturale implicito notevole. La madre che veste il figlioletto solo di colori maschi è espressione di una cultura pretecnologica; me la immagino con lo scialle nero e la gonna, pure nera, lunga alla caviglia, con modi bruschi e austeri; me la immagino naturalmente di destra, per una vocazione familiare, alla quale ha aderito per inerzia.

Non c’è spirito critico, infatti, in un testo così costruito: «Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato, che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto» (faccio notare che corriere.it ha censurato pisciato, sostituendolo con «sporco e bagnato»). Il concetto che “non siamo noi a fare le norme sociali” potrebbe risalire a una interpretazione integralista della Bibbia: se non siamo noi, la società, a fare le norme sociali, infatti, non può essere altri che Dio a farle. Anzi, solamente un’origine divina può giustificare l’immutabilità di tali norme, in cui la madre evidentemente crede. Sarebbe bello poter chiedere alla madre quale norma sociale emanata da Dio sia stata infranta nel vestire un bambino di rosa e fucsia, ma non sottilizziamo e passiamo oltre. Passiamo al termine pisciato, di grande violenza, vista la carica innegabilmente volgare attribuita al verbo. I sinonimi si sprecano, come accade per questa e le altre funzioni scabrose del corpo, compresa l’attività sessuale, ma la madre prende uno dei termini più diretti e irrispettosi, perché vuole criticare sonoramente il comportamento delle maestre, anche al costo di mostrarsi maleducata. Non rinuncia, però, allo sfoggio di una cultura orecchiata e assolutizzata: «l’identità di genere in conflitto» del bambino è il frutto di una generalizzazione superficiale, nonché di una proiezione delle proprie idee su un altro soggetto. È ovvio, infatti, che i bambini non attribuiscono alcun valore distintivo ai colori, e che mai come in questo caso lo scandalo è negli occhi di chi lo vede.

E purtroppo lo scandalo spesso entra negli occhi perché inculcato dalla famiglia. Alla famiglia non si sfugge: puoi fare milioni di chilometri, andare a scuola, leggere qualche articolo di divulgazione, imparare gli slogan della Giorgia Meloni di turno, ma in fondo al cervello ti rimarrà sempre l’impronta della comunità nella quale hai passato i primi anni della tua vita. Un’impronta che, però, non devi per forza subire, ma puoi anche rielaborare per farne nascere un’idea nuova. Quindi, forza figlio di questa madre manichea, scopriti sant’Agostino e trasforma le radici dell’ignoranza in un albero di conoscenza.