L’avvelenata – Il processo mediatico

11 Dicembre 2018 Blog
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di Francesco Certo

Lo spunto, in realtà, arriva da un corso di aggiornamento professionale al quale mi sono costretto a partecipare. Il tema delle intercettazioni, finito poi sulla questione mediatica e sulla pericolosità dei processi fuori dai palazzi di giustizia. Una deriva, questa, particolarmente cara in un Paese indirizzato a voler dire sempre la sua.

La cronaca, purtroppo, regala sempre occasioni per riflettere sul tema: i fatti di Corinaldo con sei persone rimaste uccise, una tragedia che ha scosso soprattutto per i motivi. Uno spray al peperoncino, probabilmente, lo strumento per “vedere l’effetto che fa” che ha portato via ragazzi e una mamma in un locale probabilmente sovraffollato. Tutto sbagliato, una storia che fa male in ogni sua angolatura: il presunto ragazzino che spruzza lo spray, o che avrebbe spruzzato perché neanche si sa ancora, sarebbe ovviamente un povero coglione. Quelli che ben pensano sono già alla ricerca dei motivi, reconditi e intrinsechi del perché un ragazzo si spinga verso gesti del genere. Sbagliato crocefiggerlo e cazzate così, la realtà è più amara: la gente è spesso soltanto molto stupida. La psicologia del subconscio non spiega sempre tutto, un coglione è solo un coglione.

Riflessione a parte, perché anche questo poi fa parte del processo mediatico, c’è anche l’aspetto del locale probabilmente in sovrannumero: usanza italica che viene denunciata solo davanti ai morti. I controlli sarebbero anche facili, ma questo è un Paese che confonde sempre legalità e repressione. Potremmo già immaginare l’alzarsi dei cori che denunciano: “Non ci fanno lavorare”. Probabilmente il vero problema è l’ignoranza, che mista alla saccente presunzione crea mostri verbali di difficile sopportazione.

 

Corinaldo è solo una tragedia, sulla quale anche queste parole sono inutili e dovrebbero essere evitate. Le più imbecilli, forse, sono quelle su Sfera Ebbasta, l’artista che si sarebbe dovuto esibire: in un mondo di idiozia l’obiettivo si sposta su di lui, nella ricerca dell’analisi logica dei suoi testi “per capire i motivi che potrebbero aver spinto qualcuno a fare qualcosa”… che fallimento la libertà di parola. Su quel palco poteva salirci davvero chiunque, sarebbe cambiato poco: il presunto coglione sarebbe rimasto coglione, al massimo sarebbe stato un altro ma di scemi ce ne sono tanti. La folla, isterica e terrorizzata, sarebbe rimasta letale indipendentemente dal numero dei presenti nel locale.

Il corso era interessante, perché si parlava proprio sulla pericolosità di tutte le stronzate elencate qui sopra che si vanno a intrecciare con le vere indagini. Le procure sono all’opera, stanno analizzando i fatti e non le opinioni. I fatti, però, devono sempre essere chiari e cristallini quando si decide della colpevolezza di un individuo, un passaggio che nella mente bacata della massa si va perdendo. Corinaldo è una strage che rischia di rimanere senza un colpevole o con un ragazzo fortemente indiziato: il giustizialismo è un male incurabile, che oggi potrebbe tornare a pendere sulla testa di un ragazzino (presunto coglione).

La vera difficoltà, adesso, per chi indaga è quella di non confondere la realtà con le opinioni della massa assetata di sangue da sacrificare sull’altare della retorica. Una deriva figlia, anche della politica, della stessa che di spray al peperoncino vuol armare le persone. La domenica mattina da “padre disperato” di Matteo Salvini, poi, mostra un uomo senza direzione che non conosce la difficoltà del suo ruolo: parole vuote, sventolando ancora una volta la bandiera della repressiva violenza istituzionale. Giudice supremo dei processi della fuffa, ma questa è un’altra storia… o forse no.