L’avvelenata – Le colpe dei figli

4 dicembre 2018 Blog
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di Francesco Certo

La tenerezza è forse il primo sentimento che nasce quando ci si ritrova di fronte al video del papà di Luigi Di Maio. Il nome neanche si ricorda, così come accaduto per “il papà della Boschi” o “il padre di Renzi”, perché nel mondo di una comunicazione malata si etichetta anche un genitore come “padre di”, una deriva folle che porta a scavare a fondo per trovare appigli di discredito.

Un uomo che bofonchia in un italiano masticato, tipico di chi non è abituato a leggere il testo scritto da altri, delle scuse che mirano a seppellire sotto una montagna di melma la sua figura pur di discolpare il figlio che di mestiere fa il Ministro del Lavoro. Antonio Di Maio, perché il signore in questione deve godere della dignità e dell’onere di essere qualcuno, paga la luce dei riflettori che si sanno accendere a orologeria. L’inchiesta de “Le Iene” (due parole che non avrebbero senso di convivere) smaschera un sistemuccio qualunque: debiti, pagamenti in nero e un paio di abusi edilizi. Nella cronaca quotidiana, tutto ciò, finirebbe in un trafiletto riempi spazio e nulla di più. L’essere personaggio aggrava la questione, anche se il vero mirino lo mette addosso proprio il figlio Luigi.

Il giustizialismo è un mostro neanche tanto strano: puntare il dito sempre deve fare rima col rigare dritto, in caso contrario gli schizzi di merda saranno il conto minimo da dover pagare. Il M5S ci ha basato, utopicamente corretto, tutta la propria politica sull’onestà e sulla responsabilità: chi sbaglia, paga. Il dramma sono sempre, e in ogni campo, i distinguo, un male che ha colpito il movimento con fastidiosa ripetitività. Tra avvisi di garanzia dal peso diverso e indagati innocenti fino a propria contraria, in contrasto con quelli già condannati dall’opinione pubblica. Quando si decide di seguire una certa linea l’obbligo è quello di essere di una coerenza irrealizzabile, consapevoli che prima o poi tutto si rivolterà contro.

Il caso di papà Di Maio è l’esempio massimo, probabilmente tenuto anche un po’ in naftalina fino al momento più interessante, perché lo showbiz è spietato anche per la tempistica. Luigi Di Maio vive tra coloro che son sospesi, messo in mezzo da un gioco più grande di lui: Matteo Salvini lo ha usato come taxi governativo (sì, è una semi-citazione amara), adesso il potere di fatto e per percezione è tutto nelle mani del leghista. All’interno del Movimento ci si guarda intorno, il leader Di Maio è chiaramente l’uomo che ha perso la grande occasione con l’amico/rivale pronto a fare quello che gli viene meglio: recitare. Alessandro Di Battista è un attore mancato, lo si nota dai tempi scenici e la prossemica che ama mettere in ogni sua uscita. Il ruolo da “figliol prodigo” o “salvatore della patria” probabilmente lo eccitano come niente al mondo. Anche lui ha un padre chiacchierato che, però, ha già tentato di archiviare con la più grande stronzata del ventunesimo secolo.