Non me lo ricordavo così bello – chiosasonora

2 dicembre 2018 Blog
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di Mica Salis

Even better than the real thing, cantavano gli U2 per criticare il potere della televisione di distorcere la verità rendendola troppo bella. È la sensazione che si prova all’uscita di Bohemian rhapsody passati i 10 minuti di esaltazione orgiastica indotta dalla musica dei Queen sparata a palla nelle casse della sala del cinema. Smaltita la sbornia, si fa strada la prima, più superficiale, perplessità: ma io Freddie Mercury me lo ricordavo più brutto. Ora lo so che questa affermazione farà infuriare i tanti fan che, accecati dal carisma del cantante, sono disposti a calpestare la realtà e definire Mercury bello, ma mi sforzo di essere oggettivo e bisogna dirlo: Mercury era bruttino, persino molto brutto. E Brian May gli faceva da degna spalla, con i capelli da scossa elettrica, le occhiaie e l’altezza da Lurch Addams, il naso a punta. E invece gli attori che fanno i Queen nel film sono belli.

E vabbè, sono dettagli, potrebbe dire qualcuno; ma allargando lo sguardo il film è tutto così: persino migliore della realtà. La storia tormentata del bisessuale che rinnega le sue radici culturali e diventa famoso, ma poi non così famoso (almeno prima di morire), è raccontata in modo epico e senza sbavature, senza deviazioni, senza esitazioni, quasi senza errori, incastrata nella formula collaudata dell’angelo caduto che alla fine ritrova la forza di rialzarsi e trionfa. Le emozioni, le liti e i turbamenti, la gioia e le trasgressioni sono appena accennati, coreografati, sublimati come momenti necessari perché si compia il destino inevitabile di grandezza dell’eroe. I cattivi sono chiaramente cattivi e vengono puniti in modo esemplare; i buoni alla fine si ritrovano tutti intorno all’eroe e lo portano in braccio verso il trionfo. Tutto troppo semplice, patinato, persino di fronte alla malattia, e di fronte alla morte, furbamente obliterata selezionando solamente solo un pezzo della vita di Mercury.

C’era bisogno di un filtro così distorcente, di un lampione che sparasse così tanta luce sulla vicenda umana e artistica di Freddie Mercury? Doveva essere tutto così costruito e artificioso? Siamo davvero a un passo da Mamma mia!, nonché agli antipodi di Last days.

Meno male che ci sono gli attori, che riescono nell’impresa impossibile di rimanere espressivi dentro personaggi anestetizzati, senza sangue, costretti a strabuzzare gli occhi e muoversi come marionette per non sembrare cartonati. Ma soprattutto meno male che c’è la musica, la voce potente e infinita di Mercury, messa in bocca a Rami Malek, che presta il corpo al cantante, gli assoli melodici e incisivi di May, i riff ipnotici del basso di John Dicky Deacon, i colpi potenti di Roger Taylor. L’unica cosa vera in mezzo alla paccottiglia da turisti del film.

Solo questo rimane di un film che sarà presto dimenticato: la musica. Ma se ci voleva un film piacione per rilanciare la gioiosa musica kitsch dei Queen nel nuovo millennio, allora ben venga il film, la pubblicità e qualunque altra arma contro la dimenticanza.