L’avvelenata – Siamo quello che postiamo

6 novembre 2018 Blog
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di Francesco Certo

La vita è davvero dura. Complicati incastri di sentimenti, ragionamenti, pensieri vuoti e pensieri che ci sembrano concreti. Vivere è difficile perché pensiamo troppo, solo chi non ha la preoccupazione dell’aspetto mentale può sopravvivere con l’inerzia della serenità. Essere un involucro vuoto ci aiuta a costruire un’apparenza perfetta per la società, con una creazione continua di una vita che in realtà non esiste. Chi siamo, cosa pensiamo, cosa desideriamo e dove ci piacerebbe andassero a finire i nostri ragionamenti non interessa a nessuno. Il vero interesse è puntato solo su quello che mostriamo, anzi su chi mostra le immense minchiate che porta avanti. Che tu sia un filosofo epistemologo o un tronista non fa differenza, l’importante è saperlo comunicare.

Esistere non significa più nulla, siamo quello che raccontiamo e vogliamo far credere. Lecito, anzi corretto vista la piega innaturale della società civile. Una realtà de-personalizzata, frutto di un sistema iper-sociale in cui interpretare un personaggio, anzi il personaggio che ci siamo/hanno cucito addosso. Sì, questo è un pippone retorico sulla deriva social. Sui disagiati che ti fanno vedere l’addominale o le sciantose col culo a ponte e la frase di Nietzsche come didascalia. Quelli che hanno un profilo Instagram pieno di follower comprati, pacchetti di autoerotismo virtuale utile per vantarsi con il/la rivale di turno. Una deficienza controllata, ormai sdoganata e invidiata da quelli che hanno mantenuto, a fatica, la decenza di non scrivere “personaggio pubblico” nonostante non li conosca neanche il vicino di casa.

Fashion blogger, influencer, opinion leader… parole che non hanno senso dato che se un consiglio di moda, di stile o sul contesto te lo regala un amico non è concesso dargli credito perché “tu che ne sai della mia vita”, perché magari non ha il numero di like stampato sulla maglia. Quando pubblico e privato diventano un’unica via, la sola strada da poter seguire ecco che la società implode diventando il regno dei mentecatti.

La Isoardi molla Salvini su Instagram: la gente prima strabuzza gli occhi, poi ritrova lucidità e comprende come non potesse esistere un’alternativa valida. Il luogo del delitto sono i social, è lì che l’amore nasce, cresce e finisce. Se invece di affidarsi a un post avesse scelto un comunicato scarno, la massa si sarebbe fiondata sul social chiedendosi: “Vediamo se ha messo qualcosa, così capiremo”… è un sentimento innocente, forse deficiente ma è il cavalcare la socialità contemporanea. Nessuno si sente in difetto, solo perché è così che fanno tutti, siamo quello che postiamo e se non lo facciamo non esistiamo. Organizzare un viaggio o una festa e non postarla fa rima con non aver fatto nulla. Triste? Drammatico, soprattutto se ci stai male, se te ne fotti allegramente allora sei forse ancora collegato alla all’universo reale.

Il pippone retorico resta tale, non per dettare la via ma per sfogarsi amaramente. Perché ogni giorno si suda, si studia, ci incazziamo e viviamo vite che non ci soddisferanno mai. Forse è solo invidia, vero rancore verso chi ha capito tutto e ha sposato uno stile fatto di post. La deriva non è più tale se coinvolge tutti: la Isoardi molla Salvini con una frase di un tipo che conoscevano in sette, tutti i giornali (ma proprio tutti) ci fanno pezzi e approfondimenti. Questo è quello che la gente vuole, anche perché è quello che viene dato loro e non potrebbero aspirare ad altro. Vogliamo Grandi Fratelli, Isole dei disperati, tronisti, le lacrime della D’Urso e la plasticità di Diletta.

La Isoardi? Ha fatto bene, perché vive questa società. Se non avesse fatto il post con la frase del poeta, Salvini sarebbe tornato a casa come se nulla fosse successo.