L’insolita ministra, l’inesistente presidenta – chiosasonora

7 ottobre 2018 Blog
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di mica salis

Non credo che la troveremo mai nei dizionari, ma è meritatamente oggetto di curiosità, oltre che motivo di scontro. La parola presidenta, ovviamente mai seriamente usata da nessuno, è riemersa dalla palude del web per ricordarci due cose: che l’informazione è nulla senza intelligenza; che il maschilismo è un modello di ragionamento anche femminile.

Un quotidiano on line schierato apertamente a destra (che non nomino per non aumentare la sua visibilità, ma che è facilmente reperibile) ha lanciato il primo ottobre la notizia che un gruppo di parlamentari leghiste, con in testa la ministra Erika Stefani, ha fatto cambiare le targhette, i badge, le carte intestate delle donne del governo riportando i titoli femminili al maschile. I titoli incriminati, ministra e sottosegretaria, secondo la notizia erano stati cambiati, con grande esborso di denaro pubblico, dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini.

La falsità di questa notizia è pari alla maliziosità con cui è stata costruita, al grido di “Cancellata la Boldrini”, e non merita la fatica della smentita. Dirò solamente che nel sito governo.it /ministri-e-sottosegretari nell’elenco figurano solamente i titoli ministro e sottosegretario, ma entrando nelle sottopagine dedicate ai singoli componenti del governo, alcune donne sono definite ministro, altre ministra. Immagino che questa differenza – come vuole il buonsenso – sia dovuta alla preferenza della persona. Sottosegretaria non è mai usato, e il motivo è chiaro: segretaria rimanda al ruolo della collaboratrice che risponde al telefono e sbriga la posta; un’immagine che, comprensibilmente, nessuna delle donne di governo vuole dare di sé.

Il caso di presidenta è, però, diverso, perché mai la presidente Boldrini, né alcuna altra persona autorevole e sana di mente hanno proposto di usare tale parola, chiaramente mal formata (il suffisso-ente non ha una forma femminile). Diversamente da ministra, sindaca, avvocata, prefetta, assessora ecc. (le regole per la formazione del femminile dei nomi di professione sono spiegate qui), quindi, del tutto legittime dal punto di vista morfologico, presidenta è proprio scorretta: la forma femminile di il presidente è la presidente; e così voleva essere chiamata Boldrini.

Chi lancia strali all’ex presidente Boldrini per aver proposto la parola presidenta parla al vento: è come se criticasse Galileo Galilei per aver detto che la Terra ruota intorno a Saturno. A chi, poi, sostiene che ministra e la presidente (e sindaca e il resto) siano parole brutte, sbagliate ed esecrande, faccio notare che maestra è formata esattamente come ministra, e la cantante come la presidente. Se oggi ministra e la presidente suonano insolite è solamente perché fino a qualche anno fa non le abbiamo mai usate, in quanto il 99,9% dei ministri e dei presidenti erano uomini.

Lo faccio notare soprattutto alle donne che se la prendono tanto per l’iniziativa generale di adattare i titoli al genere delle persone. A quello che ho letto, l’unico argomento addotto da queste donne a favore del maschile generalizzato per i titoli è che “non è così che si sconfigge il maschilismo”. Ora, nessuno mette in dubbio che il maschilismo sia forte e radicato, che faccia parte del nostro modo dipensare (tanto che neanche le donne lo riconoscono), e che serve anche altro per raggiungere le pari opportunità; ma dite che il mantenimento al maschile dei nomi delle professioni (solo di alcune, però, chissà come mai?) non sia una manifestazione di maschilismo? Ognuna di voi immagini di essere un uomo e di essere chiamata ministra, sindaca, ingegnera: come si sentirebbe?