La nostra estate – Radiofonicamente parlando

27 agosto 2018 What's Up
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La nostra estate è andata più o meno come quella di Vicky e Marco ma abbiamo ancora voglia di avventure.

È stato bellissimo. Grazie.

di Alessandra Mammoliti

mangiavano caramelle alla menta per rinfrescarsi dal caldo. era luglio, Vicky aveva appena finito i compiti. che top, pensava.
“adesso posso andare a giocare, prendo la bici e vago nel mondo. nessuno mi potrà fermare. oggi sono Flash, domani chissà.

Marco non aveva il permesso di uscire. sei troppo piccolo.
“ho 11 anni. vaffanculo”.
lo diceva con le mani davanti la bocca mentre guardava suo padre, sdraiato sul divano a fare zapping ossessivo. lui che niente faceva e niente sapeva.
“vaffanculo. voglio uscire”.

Intorno al tavolo c’era sempre un gran trambusto, e si metteva in ordine solo quando si doveva mangiare.
pasta e vongole, quella sera. Dopo che Vicky era stata a zonzo a scoprire cose che in realtà già conosceva. il posto del mare, per esempio con tutti quei disegni di facce di donne che non esistevano. sembravano sirene riemerse dall’acqua giusto il tempo di respirare e tornare giù.
in tv c’era ancora quel programma che ripassava gli anni migliori della nostra vita, “della loro vita”, pensava Vicky.
“era il 73′?” chiese sua madre
“era il 73′, giusto?” lo stavo chiedendo al marito, che però non era il papà di Vicky.
“sì, il 73”.
Vicky conosceva molto bene Claudio Baglioni, Radio Grattuggia lo passava molto spesso. soprattutto questo piccolo grande amore.
saliva sulla sua bici rossa, indossava le cuffie ed era italia ’70.
e c’era anche quella.
“maman, posso alzarmi?” chiese Vicky sospettosa
“oui, mon petit”.
la mamma di Vicky era di origini parigine, ma non aveva mai saputo parlare davvero il francese. raccontava sempre di quanto fosse severo suo padre (il nonno di Vicky) e per questo non era mai riuscita a spiccicare neanche mezza parola.
però a pensarci era comunque una cosa bellissima sapere che la sua mamma veniva da un altro posto, un altro luogo, un altro cosmo che lei non aveva mai visto.
“un giorno andrò a parigi e diventerò un’esploratrice accreditata del Louvre, condurrò tutti i visitatori nei posti più segreti del museo, poi troverò un nascondino e ci vivrò per sempre”.

Vittoria aveva sempre voglia di fantasticare, mentre teneva i piedi sul muro, mentre si lavava i capelli, quando andava a scuola, mentre pedalava, anche quando trovava le cose a terra. una volta aveva staccato una gomma da masticare da un autobus e se la mise in bocca, pensò di lasciarci le penne. e invece.

Chiuse la porta dietro di sè, si tolse le scarpe e si mise il pigiama. sul comodino aveva ancora tutti i libri da leggere che la sua prof. preferita le aveva consigliato e lei non vedeva l’ora di cominciare. “diventerò molto intelligente e capirò quello che le parole ci vogliono dire”. “o forse no”. prese il libro in mano e iniziò quel giovedì di metà luglio con le stelle fuori che aspettavano di illuminare una nuova avventura.

 

“Marco! ti ho detto di no, non insistere”, diceva la madre di Marco mentre sbattevano i cassetti delle forchette
“ma mamma ti prego, ci vanno tutti a giocare a biliardino sotto il Pilone”, ci provava.
ci provava ma non ci riusciva mai il giovane Marco, perché in verità non gli interessava nemmeno tanto andare a giocare a biliardino con fabio, greg, davide e matteo. voleva solo vincere.
contro i poteri forti, cioè i suoi genitori.
la famiglia di Marco era la tipica famiglia perfetta fuori e confusa dentro. e anche lui si sentiva un po’ così e aveva una terribile paura di diventare come loro: vecchio, annoiato, scontroso, senza la voglia di andare a capire cose, senza essere circondato da amici.
voleva vincere per non rimanere da solo. aveva troppa paura della solitudine, sarà che la sua era una famiglia piena di gente, zii, cugini, pronipoti, fratelli, mamme. tutti con gli stessi nomi. tutti cloni.
“ragazzi niente da fare, questi non mollano” – si era appoggiato alla ringhiera del balcone per scrivere un messaggio sul gruppo “La Raga”.
fabio, greg, davide e matteo sarebbero andati a giocare a biliardino senza di lui e si sarebbero anche divertiti, senza di lui.

si erano conosciuti a scuola, facevano la seconda media, tranne matteo, lui era ripetente. facevano tutto insieme. i compiti, le telefonate agli sconosciuti a casa di davide, le foto delle ragazze con l’account segreto di greg e poi suonavano a tempo perso a casa di fabio. in realtà marco non aveva ancora deciso che strumento suonare. forse la batteria.
“la batteria è una figata”, pensava e l’attimo dopo “non riuscirò mai a suonarla”.
Marco si perdeva d’animo subito e soprattutto si perdeva un sacco di cose.
Chiuse la porta dietro di sè, si tolse le scarpe e si mise il pigiama. sul comodino il suo telefono s’illumino, erano quelli della Raga al lido. “vaffanculo” spense la luce e finì quel giovedì di metà luglio con le stelle fuori che aspettavano di illuminare una nuova avventura.

L’estate però non è ancora finita.

Giovedì 30 l’ultima di Un’Estate da Radio.