L’avvelenata – L’orizzonte degli eventi

26 giugno 2018 Blog
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di FRANCESCO CERTO

Cateno De Luca è il sindaco di Messina. Una vittoria schiacciante, travolgente e probabilmente pronosticata da tutti. Oggi è più facile, ieri erano solo sensazioni che si faticava a mettere insieme in maniera lucida. La vittoria dell’ex sindaco di Santa Teresa è il trionfo della strategia, della pianificazione e della sfacciataggine. De Luca stravince su ogni piano, gli avversari sono ostacoli bassi che non preoccupano, praticamente, mai. Trascinati sul suo campo, sconfitti secondo le sue regole e con le sue armi, l’errore più grande è stato pensare di poterlo scalfire. Scenico, retorico, intriso di quel misticismo populista che contraddistingue la contemporaneità politica. Gli avversari? Utili pedine per il suo cammino, inconsapevoli alleati. La massa votante ha deciso, non ha solo votato contro il presunto potere, ha scelto Cateno De Luca.

La corazzata del centrodestra era solo apparenza. Una facciata crollata troppo presto, probabilmente avvelenata dalle troppe anime diverse, dalle beghe interne tra chi vorrebbe decidere e chi è convinto di farlo. Francantonio Genovese è il nome che De Luca utilizza per attaccare, il più noto per ottenere il suo scopo, probabilmente uno dei tanti all’interno di una viscosa macchina politica. Operazione non riuscita quella di Dino Bramanti: il professore non sfonda, non piace alla gente, comunica passivamente e si lascia inondare da un De Luca tracimante. Alle sue spalle la coalizione cede presto, capisce immediatamente di aver fallito e dopo il primo turno salta giù dalla nave. Doppio fallimento: il voto disgiunto massacra le speranze, dal 10 giugno in poi rimane solo la lenta agonia. Genovese se ne farà una ragione, il figlio Luigi incassa un discreto successo con la sua lista, mentre a fallire in maniera devastante sono Musumeci e Germanà. Il governatore si gioca parte della sua credibilità, il deputato dovrà comprendere la differenza tra percepito e reale.

Se il centrodestra piange, il centrosinistra dovrebbe disperarsi. Antonio Saitta è il candidato sbagliato, la presa di coscienza non è arrivata, probabilmente nella rassegnazione di non essere in partita. I dati del primo turno dicono altro: un candidato diverso, più slegato dal mondo universitario e vicino all’elettorato variegato avrebbe potuto impensierire De Luca. La manciata di voti che non mandano Saitta al ballottaggio vanno cercati nel 5% di voto disgiunto, una strategia chiaramente errata ma obbligata dai polverosi equilibrismi di partito. Meglio perdere che ammettere di non essere forti.

Preferisce solo partecipare il M5S: saranno sette i consiglieri rappresentanti, un bel numero che darà il polso della forza politica a Messina, un contentino visto il risultato scadente di Gaetano Sciacca. Un altro candidato non apprezzato dalla gente, rigettato dall’elettorato e vittima di un sistema interno volto alla sconfitta. Una sola lista basta per entrare in consiglio, non per superare un pessimo quinto posto nella corsa a sindaco. Un gradino più avanti della vera vincitrice di questa tornata: Emilia Barrile. L’ex presidente del consiglio comunale non sfonda il quorum, resta fuori da Palazzo Zanca ma vince su tutta la linea. Più di duemila voti personali, una sola lista che sfiora il 5% e la cancellazione del rapporto con Francantonio Genovese. Anche senza l’ex deputato Emilia Barrile c’è, politicamente credibile e coerente con quanto detto nei mesi scorsi. La coerenza è la virtù di Pippo Trischitta: i numeri lo bocciano, ma i fatti gli concedono l’onore delle armi.

Infine c’è Renato Accorinti. Il sindaco uscente, l’uomo che ha solo guardato la rivoluzione. Troppo preso dal personaggio, presto finito nell’ibrido di non essere più l’uomo della protesta ma non potere essere solo istituzione. Schiacciato dai doveri e dalle voglie. Il movimento lo ha isolato presto, una condanna per due dato che i prossimi cinque anni saranno quelli del dimenticatoio per chi ha governato fino a ieri. La rappresentanza politica è necessaria, esistere fuori dal palazzo è il sogno di utopisti e illusi della politica.