L’avvelenata – Quel gran genio del mio amico

29 maggio 2018 Blog
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di FRANCESCO CERTO

Povero Luigi Di Maio. Ci ha provato, gli va dato atto. Leader di un movimento guidato da altri, compromesso di facciata per strappare il primo governo a cinquestelle della storia. Il 4 marzo il movimento non ha vinto: quel 33% non bastava, regalava la non governabilità. Strizzare l’occhio a destra e sinistra ha rappresentato già una sconfitta, anni di attacchi alla politica partitica per poi elemosinare una decina di punti percentuali per poter formare un governo.

Di questo clima di instabilità non poteva non approfittarne un vecchio lupo della politica. Matteo Salvini si aggira famelico dal 1993, più di venti anni per imparare come attaccare la leadership politica. La fragilità dei cinquestelle era evidente, figlia soprattutto della totale mancanza di alleati. Il PD non poteva piegarsi dopo anni di insulti, la linea Renzi è passata facilmente in un partito senza direzione. Forza Italia rimane legato agli umori di un ottantenne, la Lega e Salvini avevano quel fascino tutto da scoprire.

Il contratto, il premier, il nome terzo e la lista dei ministri: tutto scritto, tutto perfettamente programmato da un Salvini spietato. Il leader della Lega ha posto veti stringenti: “Conte o salta tutto”, e il nome discusso del professore passa. L’asso nella manica è Paolo Savona: il ministro dell’economia incaricato, il nome che Mattarella avrebbe bocciato senza dubbi. E senza scrupoli il nome di Savona è stato presentato, stesso atteggiamento: “Savona o salta tutto”. Mattarella non molla, fa quello che un Presidente della Repubblica deve fare: tutela il suo Paese. Antidemocratico? Populismo, perché il Premier propone, il Presidente accetta. Semplici passaggi, quasi banali e non incanti l’idea che sia stata una scelta politica e non di opportunità. Quando Berlusconi si vide bocciato Previti alla giustizia erano tutti d’accordo, troppo scomodo quel nome per quel ruolo. L’ex cavaliere abbozzò e cambiò strada. Stavolta perché nessuna alternativa?

Di Maio, dal salotto della D’Urso (fa già ridere così) spara due nomi che il Quirinale avrebbe respinto, dal Colle arriva la smentita e l’ennesima figuraccia per il decadente leader grillino. Salvini ha già vinto: ha costretto il M5S a creare un’alleanza netta, ha svilito l’idea anti-ideologica e minato la trasversalità del voto cinquestelle. Di Maio va verso l’archiviazione storica, Di Battista svela il suo volto da furbo e il suo viaggio da retorico radical chic durerà il tempo di una preghiera popolare. Tornerà da salvatore della patria, consapevole di dover affrontare una campagna elettorale complicata.

Salvini si è preso la destra, il centrodestra, ha massacrato il voto di sinistra dei grillini e vede la Lega crescere nei consensi. Mattarella ha fatto una scelta da costituzionalista, da Presidente e responsabile: Savona era un nome non affidabile per l’Europa, “l’Italia è Europa” non è una frase banale che il Presidente della Repubblica spende per svegliare un Paese ormai rincoglionitosi dietro al terrorismo dialettico dei populismi. Se davvero ci fosse stata voglia di formare un governo, da parte della Lega, si sarebbe presentata una squadra meno aggressiva. Savona poteva rimanere una voce esterna, non è il nome a decidere la linea da seguire. Semplicemente c’era voglia di trovare la scusa buona per rompere.

Cottarelli durerà il tempo della tintarella estiva, le urne saranno ancora una volta spietatamente sorridente verso Lega e M5S con i nordici ormai in rimonta e col vantaggio in arrivo. Salvini si è preso la leadership del Paese, con buona pace di tutti e con l’appoggio consistente di una larga fetta di elettorato. Forza Italia e PD? Non pervenuti, i primi rischiano di essere fagocitati in maniera totale; gli altri devono capire che strana creatura è venuta fuori dagli anni renziani.