L’avvelenata – I dubbi del grillismo

22 maggio 2018 Blog
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di FRANCESCO CERTO

Cinque maledetti anni ad urlarlo con tutta la voce. “Questo è un Premier non eletto dal popolo”, slogan urlato in faccia a Matteo Renzi su tutti ma buono per un Letta o Gentiloni qualsiasi. Cinque maledetti anni per accorgersi che il popolo il Premier non lo ha mai votato, al massimo viene preferito un partito o coalizione che deciderà quale nome esprimere.

La vita, come la ruota che gira, pone i cinquestelle di fronte al loro incubo peggiore: essere come gli altri. Non un discorso di onestà, altro slogan diventato cavallo di battaglia, ma politicamente simili a chi ha governato per decenni in continuità. Luigi Di Maio prova a convincere il mondo che il prof. Giuseppe Conte (glissiamo sul curriculum per questa volta) facesse già parte della squadra di governo, quindi in qualche modo votato dal popolo. Puntualizzazione inutile, o meglio necessario per quella parte di cittadinanza bue che crede ancora che il mondo giri secondo retorica e populismo.

Al netto dei divertenti contrappassi della politica, il governo M5S-Lega sembra poter nascere, manca solo il consenso di un Mattarella che resta dubbioso su alcuni passaggi del contratto e ministri. Difficile il ruolo del Presidente della Repubblica, schiacciato dal rispetto del voto popolare e la titubanza sulla stabilità e credibilità di un governo approssimativo e rabberciato. Matrimonio di convenienza, con il paravento di “farlo per il Paese”, Di Maio e Salvini cercano il consenso finale tramite il potere.

Paradossale il momento storico: Salvini lavora per se stesso, da parte minoritaria della maggioranza avrà la bravura di strappare i ministeri giusti e continuare la sua ascesa come dominatore del centrodestra. Di Maio vive il dissidio: la sua vita politica è finita, comunque in scadenza per il vincolo di mandato. Secondo giro, poi addio. La premiership scivolata dalle sue mani è un piccolo dramma, il sorriso finto che lo accompagna tradisce la sofferenza di chi ha dovuto rinnegare anni di comizi populisti in cambio del governo di marca Casaleggio.

Uno vale uno, o meglio uno vale l’altro dato che chi decide rimane sempre lo stesso. Movimento guidato, che segue una linea e che sarà capace di alternare facce nuove che sbandiereranno i cavalli di battaglia con la solita retorica. La carta Di Battista resta l’asso nella manica del futuro, un domani che però non potrà dimenticare la deriva dell’oggi.

L’alleanza di comodo con la Lega non può essere banalizzata, rimane comunque una scelta politica netta. La campagna elettorale non muore mai, difficile però far accettare a quell’elettorato strappato alla sinistra che l’abbraccio con Salvini sia sopportabile o momentaneo. La politica ci ha abituato a salti mortali, anche col triplo carpiato, siamo quindi abituati e pronti a qualsiasi marcia indietro. Consapevoli, però, che da oggi il M5S non è più quell’isola anti-ideologica che tanto piace alla pancia della gente.