WikiGreg – pillole di musica dissidente: no one sings like you anymore

16 maggio 2018 Blog
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Mi sembra che l’ultima volta che io abbia scritto qualcosa in memoria di Chris Cornell ho ricordato una leggenda stupida, quella secondo la quale se vendevi l’anima al diavolo, per dieci anni potevi avere tutto ciò che volevi, a patto che, al termine di quel periodo, morissi. Ti venivano a prendere, secondo questa diceria, i cerberi, i mastini infernali. Era un modo stupido, probabilmente troppo stupido anche per uno come me, per ricordare a me stesso e a chi avrebbe letto quelle righe che dal 1987 al 1997 Chris Cornell aveva avuto la voce più bella dell’intero pianeta. Senza dubbi, né possibilità eccessive di contestazioni.

Adesso mi ritrovo, quasi un anno dopo, a scrivere di nuovo questa idiozia per iniziare un discorso che non so dove mi porterà. Sto buttando giù queste righe con in sottofondo Reach Down, trascinante pezzo di Temple of the dog, il tributo che Chris e gli ex Mother Love Bone fecero ad Andy Wood, compagno di stanza di Cornell a fine anni ’80. Nel 2017, il 18 maggio, Cornell ha lasciato improvvisamente questa terra, è andato da un’altra parte, non so dove né me lo chiedo più di tanto, perché al tempo ho subito fortissimo l’impatto che una notizia simile può avere su chi è legato a un certo tipo di musica.

Rigorosamente in ordine: Soundgarden, Temple of the dog, Audioslave, più una (secondo me) censurabile produzione solista. Cornell ha scritto di tutto, per tutti. Ha espresso con una voce meravigliosa il disagio di Seattle, ha ricordato con un disco emotivamente quasi impossibile da sostenere un amico che aveva perso contro le proprie dipendenze, si è rimesso in gioco con gli ex Rage against the machine (Cristo santissimo, quanto è bella Doesn’t remind me?) e ha chiuso con collaborazioni strane tra cui Timbaland. Se dite che non vi piace Cornell, non avete mai ascoltato Cornell—o non vi piace la musica in generale.

Tuttora ho gli occhi lucidi mentre ricordo quanto successe un anno fa, una notizia giunta dal nulla e spaesante, al limite del credibile. Occhi lucidi che restano tali ripercorrendo poi quella tristissima estate con l’altro suicidio, quello di Chester dei Linkin Park, il cui abbraccio con Cornell è diventato ormai quasi iconico nell’immaginario dei fan dei ‘garden e degli stessi LP. Vite spezzate, vite che hanno raccontato vite spezzate, esistenze complicate, problemi personali nati quasi in culla e mai davvero risolti.

In più di trent’anni di carriera, Chris Cornell ha raccontato tante generazioni, non solo la sua. Ha parlato alla mia, quella che stava arrivando; ha espresso il disagio di quella a lui precedente, ha cristallizzato la debolezza degli esseri umani, di una razza umana da cui si distingueva perlomeno a livello artistico, perché era il più bravo di tutti. Ho insultato più di una volta Chris Cornell, sì, perché io il periodo con Timbaland non l’ho mai sopportato. Ma suppongo che tutti siamo fallibili, e come l’antico marinaio di Coleridge il modo per esprimere le mie scuse non richieste sia scrivere cos’è stato davvero per questo mondo, per questa musica, Chris Cornell.

Non sarà il tuo anniversario di morte quando queste righe vedranno ufficialmente la luce, mancherà ancora qualche ora. E io quelle ore le passerò, quando potrò, mettendo su per l’ennesima volta Say hello 2 heaven e pensando cosa cazzo hai fatto Chris, quanto eri bravo, quanto hai dato a quelli a cui volevi bene, e cosa avevi in testa quando hai creato tutto questo. Manchi da quasi un anno e hai lasciato un vuoto enorme.

Ancora oggi, incolmabile.

Mi manchi, ti voglio bene.

 

@wikigreg