L’avvelenata – I miei giorni perduti

8 maggio 2018 Blog
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#ritorno alle urne

di FRANCESCO CERTO

Due mesi di parole, corteggiamenti, forni e contratti. L’Italia boccia e tradisce il voto popolare, rinnega la democrazia preferendo le diatribe da cacciatori di poltrona. Il paravento della legge elettorale è un refrain stancante, una maggioranza era possibile solo grazie ad una responsabilità politica e diplomatica.

Le urne hanno promosso Lega e M5S, un matrimonio rimasto solo promesso: da una parte Matteo Salvini ha preferito mantenere gli equilibri con Forza Italia, troppo importante il governo delle maggiori regioni del nord. La reticenza al passo indietro di Silvio Berlusconi ha fatto la differenza, impossibile per Salvini rompere per sposare i cinquestelle. Scelta politica la sua: Liguria, Lombardia, Veneto e Friuli valgono di più di una stampella per il governo nazionale. Ad incidere è stata anche la fermezza di Luigi Di Maio: Premier o niente.

Il leader politico dei cinquestelle ha mostrato la sua forma umana, troppo ghiotta la possibilità di essere il più giovane Presidente del Consiglio della storia della Repubblica. Uno stallo inaccettabile per Salvini, non tanto per una questione di poltrone ma più un gioco machista di potere. Si cede insieme, sennò ci si molla. Questo il sunto di una storia arenata presto, una forza politica che non ha voluto fare un passo verso l’altro.

Impossibile, logica alla mano fare diversamente. L’Italia resta paese complicato, la centralità viene messa in secondo piano di fronte al potere regionale capace di muovere uno sviluppo economico differente. Da animale per campagne elettorali Matteo Salvini non si impaurisce, mollare l’accordo con i cinquestelle gli farà dormire sogni tranquilli. La sensazione di una grande occasione sprecata, però, resta viva nel fondo della sua anima. A differenza di Luigi Di Maio era concreto il suo interesse di far passare alcune vecchie battaglie, governare per riformare come modo più utile per creare consensi.

Lo scarico delle responsabilità è partito da tempo, in puro stile retorico la colpa è sempre di qualcun altro. Di Maio ha tirato per la giacca chiunque: se a parole rivendicava la vittoria, dall’altra era consapevole che i risultati raggiunti non lo avrebbero mai fatto governare. La pantomima del contratto come pietra tombale: impossibile proporre un sistema compatibile sia per PD che per Lega.

La svolta la firma il Presidente Mattarella. Il terzo giro di consultazioni rappresenta il punto finale. Governo tecnico ed elezioni anticipate, il tempo delle alleanze è terminato. Tornare alle urne in pieno luglio impaurisce i partiti, terrorizzati dalla totale apatia di una popolazione sfinita dalle beghe poltronistiche. Il passaggio in avanti di Mattarella riaccende le coscienze: la Lega avverte Berlusconi, votare un governo del Presidente chiuderebbe l’alleanza. Di Maio tende l’orecchio e tiene il cellulare in mano, in attesa di una chiamata di Salvini.

Due mesi di nulla assoluto. Solo parole e qualche ripicca, il rimpallo delle accuse fino alla rottura decisa da Mattarella. Questa la cartolina che l’Italia regala al mondo intero, uno stallo istituzionale figlio di una reale insipienza politica, il futuro non appare più roseo.