L’avvelenata – Quello che i politici non dicono

24 aprile 2018 Blog
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Dino Bramanti e Cateno De Luca

di FRANCESCO CERTO

“Non siamo gay”, con una battuta dal gusto antico si chiude la conferenza congiunta tra Dino Bramanti e Cateno De Luca. Uno scivolone dell’ex direttore della Neurolesi, innocente e senza quella cattiveria omofoba che facilmente potrebbe essere affibbiata. A dettare il tutto è una greve ignoranza, ingenua mancanza di quel filtro da applicare all’educazione contemporanea. Indubbio che da ridere ci fosse poco, come è chiaro che il retaggio passatista che stimola la battuta vada archiviato con un tenero e comprensivo sorriso amaro. Nota a margine per i presenti dapprima ridanciani e poi sconvolti: ridicoli.

 La battuta finale è utile per attirare l’attenzione, perché del pre non rimane nulla se non l’assurda convinzione che in una contesa elettorale due avversari, fortemente in contrasto, possano rispettare la non belligeranza. Il patto dura il tempo di un post su Facebook: De Luca sfotte Bramanti per la battuta, poi da navigato politicante attacca Saitta usando Genovese come arma, quasi che Francantonio non fosse parte importante di uno dei partiti in appoggio al suo “nuovo amico”. Una non belligeranza che lascia nel dubbio: se arrivassero primo e secondo? Chissà…

La città di Messina si avvicina al 10 giugno con apatia, nel nulla della programmazione elettorale tanto che ad oggi l’unica cosa che sembra contare rimanga candidarsi. Tutti nel calderone: aspiranti sindaci e consiglieri di ogni luogo, tra Comune e circoscrizioni saranno un migliaio gli esseri umani con l’obiettivo di una comoda poltrona. Non facile anti-politica, solo la presa di coscienza che a meno di due mesi dal voto non siano state presentate idee, solo faccioni.

Una lenzuolata di nomi e simboli, il rischio smarrimento in cabina elettorale è reale tanto che i presidenti di seggio dovranno armarsi di pazienza e senso dell’orientamento, senza parlare di quello del dovere quando ci saranno da iniziare gli scrutini. La rincorsa è stata quella per strappare una candidatura, non sono mancate però pagine di questua partitica alla ricerca del nome grosso per far scattare il seggio, o peggio per rispettare l’alternanza di genere. Meschinità e abitudini della politica, nulla di nuovo sotto il sole della campagna elettorale.

La speranza è che la battaglia si accenda sui temi, che vengano rotti i cliché del populismo e della politica attenta a colorare nei margini. Il domani, si spera, non ci regalerà patti di non belligeranza ma sfide concrete su come migliorare Messina. Ci piacerebbe non sentire più termini come “rivoluzione”, perché le città vanno amministrate e non rivoluzionate. La retorica ha rotto le scatole, tanto che qualsiasi cronista politico potrebbe anticipare ogni battuta dei discorsi elettorali, il margine di errore sarebbe di qualche virgola.

Sette, forse otto e, perché no, anche nove candidati alla poltrona di sindaco. Qualcuno si arrenderà, altri porteranno a termine il loro obiettivo da mine vaganti. I sondaggi contano zero, l’attesa reale resta quella della discesa nei temi della quotidianità. Archiviata anche la polemica omofoba, adesso all’appello manca solo qualche stupidata sessista o razzista (i possibili autori sceglieteli voi) per completare l’album degli scivoloni comunicativi, dopo ci piacerebbe sentire quel minimo di dialettica politica utile per rappacificarci col mondo delle istituzioni.