WikiGreg – pillole di musica dissidente: musica racconta storie

18 aprile 2018 Blog
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Nelle mie playlist Spotify c’è un miscuglio di roba imbarazzante.

Davvero, c’è di tutto, non me ne vergogno, non ho motivo per farlo. La mia musica rispecchia la mia identità, e mi piace ritrovarmi in migliaia di brani profondamente diversi tra loro. Per una persona singola è semplice, per un insieme di gente è più difficoltoso, anche perché si corre sempre il rischio di apparire paraculi per soddisfare quanta più gente possibile. È uno dei rischi del mestiere, e lo sa chiunque debba organizzare concerti o festival.

C’è chi dà una forte identità (qualcuno ha detto Ypsigrock?), chi mette insieme un bordello di supernomi e fa impazzire non solo in senso positivo (detto chiaramente, io al Primavera non andrei mai perché perderei la vira nel provare a seguire tutta quella roba). C’è chi, invece, pur essendo settorializzato, mette insieme di tutto. Quest’ultimo è lo scenario di Rockit e, nel caso specifico, del Mi Ami, che ha presentato la lineup definitiva o quasi con dei nomi bellissimi che, però, hanno poco a che fare tra loro.

Personalmente credo sia importante raccontare storie con la musica, attraverso la musica, attraverso gli artisti. Rispetto, per carità, le scelte degli organizzatori (dopotutto chi sono io per—diciamocelo chiaramente), ma alcune scelte sembrano voler cavalcare l’onda del momento, quell’itpop che con arroganza sta salendo sempre più nei gusti di tanti, mettendogli accanto nomi che non c’entrano praticamente un cazzo. Liberi di farlo, liberi noi di dire che va bene l’invito al viaggio, ma non ne capiamo bene la destinazione.

Sarà pure un limite nostro, ribadito anche nel leggere l’accozzaglia per il primo maggio a Roma (ma davvero? Eddai), ma non è chiaro cosa si voglia raccontare. E la musica, senza raccontare qualcosa, è solo un insieme di note fini a sé stesse: possono essere belle, musicalmente perfette, ma rasentano la noia, la banalità, il paraculismo.