L’avvelenata – Di genere e generazione

3 aprile 2018 Blog
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di FRANCESCO CERTO

 

Chi comanda in casa Partito Democratico? Le dimissioni di Matteo Renzi sono arrivate ad urne ancora calde, un passo indietro che però non ha incantato quasi nessuno. Il marasma in casa Dem è reale, il crollo elettorale ha fatto da spartiacque tra coloro che hanno retto e quelli che vorrebbero contare. Un mese dopo, però, la situazione è rimasta in quello stallo drammatico che lascia sospesi verso il nulla cosmico. Il renzismo puzza di stantio, anche se l’ex sindaco di Firenze sembra incidere ancora tantissimo nei destini futuri.

Martina gioca a fare il reggente, invitato da Mattarella andrà a fare le consultazioni presidenziali con in valigia la consapevolezza che un paio di cacciatori di poltrone un governo a cinquestelle lo appoggerebbero anche. Il fascino del potere dovrà rimanere lontano, se passerà la linea oltranzista dell’opposizione dura ecco che il renzismo avrà vinto un’altra battaglia.

Mentre a Roma si prova – con scarsi risultati – a fare il partito, esistono realtà locali che aspettano di conoscere un futuro molto più prossimo. Messina ha già scritto la sua mappa dei candidati per il prossimo 10 giugno, l’unico assente è il centrosinistra. Il vuoto esiste solo a sinistra. L’ala accademica guidata dall’ex Rettore Navarra è stata ridimensionata: dalle regionali alle nazionali il rapporto di forza è cambiato, tanto che il nome forte partorito dall’Università difficilmente vedrà la luce.

La campagna elettorale è iniziata per tutti, la partenza lenta del PD promette di regalare percentuali risibili il prossimo giugno. Il tempo non è, però, ancora scaduto: tavoli tecnici infiniti, una voglia di riunire una sinistra dissolta in maniera scellerata nella guerra tra pro e anti Renzi. La fuga verso l’estremo di Liberi e Uguali ha offerto dati contraddittori: vero che in campo nazionale è possibile parlare di flop, sul territorio invece l’aver fatto scattare il seggio alla Camera dice che una base è stata creata e coltivata. Un grande abbraccio sarebbe forse il modo migliore per rilanciarsi, anche se dovrebbero essere seppellite le dinamiche di partito.

Il modello adottato fin qui ha fallito, distrutto dal voto popolare che ha bocciato linee e condizioni. La riesumazione di Felice Calabrò appare sintomatica di una totale mancanza di consapevolezza. Dopo la sconfitta contro Accorinti rimasto nell’oblio, cinque anni di silenzio per tornare forte a pochi mesi dalle urne. Assenza di contatto con la realtà, voglia di premiare l’apparato e non i contenuti. Le primarie? Forse inutili, forse il modo per contarsi e furbescamente pesare qualche nome. La strada da seguire è quella della battaglia generazionale e forse anche di genere. Francesco Palano Quero profilo della prima ipotesi, Maria Flavia Timbro o Antonella Russo per la vera rivoluzione. Nulla contro Quero, quarantenne militante e coerente, ma sposare il fascino del “primo sindaco donna di Messina” deve essere una battaglia di sinistra. Forse retorica banale la nostra.

La Timbro ha visto sfuggire il seggio alla Camera solo per colpa della legge elettorale, amarezza cancellata dalla consapevolezza di aver creato un bacino da non sottovalutare. Antonella Russo ha carisma, militanza e appartenenza. Il cambio di casacca non ha fatto breccia nel suo cuore, il suo lavoro in consiglio è rimasto tra i più attivi. Donne preparate e giovani, una battaglia che a sinistra è rimasta solo a parole per tanti anni e che oggi potrebbe trovare una reale concretezza. Toccherà alla sinistra capirsi, guardarsi dentro e decidere se le belle parole di una vita possono oggi diventare strategia politica. Non solo una questione di genere e generazione, soprattutto la presa di coscienza che una certa stagione della politica è morta e sepolta.