WikiGreg – Pillole di musica dissidente: alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?

28 marzo 2018 Blog
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Brunori

Quindici canzoni in due ore di concerto: facendo una pura operazione matematica si parla di otto minuti in media a brano, roba che no, davvero no.

Fortunatamente, la musica non è matematica ma è qualcosa di più: è cuore, armonia e pugni nello stomaco, quelli che arrivano dalla viva voce di Dario Brunori anche nel suo spettacolo teatrale che sta registrando fiumi di sold out in tutto lo stivale.

Al Cilea di Reggio Calabria arrivavo con un bagaglio di due concerti, molto diversi tra loro: uno al Retronouveau, anno domini 2012, quando la discografia contava due album; l’altro, decisamente più recente, era quello estivo di Tindari e pensavo che lo show ricalcasse bene o male quello. Sbagliato, sbagliatissimo: nelle due ore piene di spettacolo Brunori parla molto, racconta di dubbi e incertezze e intrattiene con leggerezza pur mettendo in gioco la pesantezza di temi caldi.

Brunori gioca sin dalla presentazione sul suo ruolo, richiama quasi involontariamente Gervais nel rendersi obiettivo non dichiarato di scherno causa ricchezza per invertire il quadro della situazione, mostrando i privilegi quasi come fossero gli amici poveri del settore non numerato quelli strani.

Musicalmente, però, non può non emergere la sua umanità, l’umiltà di cui è intriso “A casa tutto bene”, quarto fortunatissimo capitolo della sua carriera: tra immigrazione, paure e incertezze, il cantautore calabrese ci porta in un universo molto umano, quello in cui sin da piccoli la lotta con se stessi per avere qualche ferreo caposaldo deve scontrarsi con la realtà. L’ambiente circostante, l’amore, il racconto di una vita sognata ma distante per un cinismo sempre crescente, una matta paura di fare qualcosa di errato che blocchi tutto.

È incredibile per i presenti come il tempo voli via nonostante di musica se ne parli poco, doppiette di brani in mezzo a fiumi di parole che colpiscono per la loro sagacia e la voglia quasi sottaciuta di essere condivise, non con arroganza ma per la loro semplicità. Il contenuto? Facile a dirsi: è tutto l’ultimo disco, spiegato con metafore di vita, con le paure quotidiane di oggi e di un’infanzia distante dal punto di vista temporale, ma con timori che si sono stazionati nello stomaco dalla tenera età e ancora oggi faticano a scomparire. Un live che live lo è solo in parte, per condividere dubbi, incertezze e paure. Forse non il live che merita un paese malandato, ma sicuramente quello di cui avrebbe un forte bisogno.

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