WikiGreg – pillole di musica dissidente: Andrea Appino, “nient’altro che la verità”

14 marzo 2018 Blog
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Il 14 marzo del 2010 incontravo per la prima volta Andrea Appino e gli Zen Circus, dopo un set interamente acustico nell’ultima tappa siciliana del tour di Andate tutti affanculo. Otto anni, quattro album e un ep dopo, il circo zen è fuori con un nuovo lavoro, Il fuoco in una stanza, uscito il 2 marzo per Woodworm/La tempesta, e ne abbiamo parlato mentre il gruppo si spostava da Catania a Palermo per l’instore che chiude quello che “non è un minitour, all’alba del tredicesimo giorno ci siamo disintegrati. Abbiamo fatto un giro d’Italia ma siamo contentissimi per l’accoglienza che ci è stata riservata, per l’empatia con il pubblico attraverso le storie del disco”.

Empatia che nasce già dal brano che apre il disco, Catene, singolo che è stato aggiunto quando il disco era praticamente già chiuso; lì è palese una tendenza presente in tutto l’album, in cui ricorrono spessissimo parole come sempre, ancora, quando, prima, mentre. Parole che segnano un forte legame con il tempo, ma sopratutto con presente e passato, senza sguardo rivolto al futuro. Il compito dei rami è allontanarsi dalle radici, dicevano i Uochi toki in un disco bellissimo, Libro audio; noi partiamo dalle radici, dalle catene anche del passato non per guardare al futuro, ma al presente. Il futuro arriva da sé e lo vedo ogni volta che un mio amico ha un figlio, che la vita accade: il futuro non è una cosa che mi ha mai preoccupato troppo, mentre il presente è figlio del passato. L’analisi è probabilmente giusta, ma neanche io la so decifrare”. Anche perché l’ultimo brano rivolto anche solo ipoteticamente al futuro era Andrà tutto bene, che è tutto fuorché un pezzo ottimista: “Non è questione di ottimismo o pessimismo però, spesso si guarda agli Zen come un gruppo nichilista, o come abbiamo sempre detto ‘allegramente fatalisti’. Il bello degli Zen, sopratutto dal vivo, è che i concerti sono una festa collettiva, non momenti in cui ci chiudiamo come facciamo magari nei dischi; ripeto e ribadisco, io nella malinconia trovo una forte dose di gioia, nella musica che ascolto e non solo in quella che scrivo. La gioia sta nell’accettazione del dolore e di certe cose che spesso si tende a spingere via creando cortocircuiti, perché se non raccontiamo i nostri dolori ci sentiamo soli, gli unici al mondo ad averli”.

“Non tutti abbiamo vite perfette – continua Appino –, non tutti siamo perfetti ed è un dato di fatto, lo vedo nel mondo reale: io nel raccontare i dolori sento un atto di gioia, che pensandoci è un concetto molto cristiano che mi affascina. Citando Henna di Lucio Dalla, ‘il dolore ci cambierà’: è vero, è lì che l’empatia umana arriva al massimo, nel dolore o nella gioia”. E il dolore è molto presente ne Il fuoco in una stanza, con la già citata Catene, o la title track, passando per canzoni come La stagione o Caro Luca; già dalla copertina, nella foto scattata da Ilaria Magliocchetti Lombi, si vede molto questo concetto: ci rivediamo negli altri, ma il passato non può abbandonarci. “È vero, la copertina racconta bene una parte del disco, nato dopo un periodo personale di solitudine autoimposta, voluta e cercata per lavorare su di me, per capire chi sono. Se non sai prenderti cura di te è difficile prendersi cura degli altri, e io lì ho capito l’importanza dell’esistere, che le cose quasi non accadono se non le condividi; noi ancora ricordiamo quanto successo a Genova alla presentazione de La terza guerra mondiale. Eravamo a cena e c’era un fan con sua figlia che avrà avuto 8 anni, lì ci chiese ‘ma quando mi guardo allo specchio vedo me o l’immagine che gli altri vedono di me?’. Noi basiti perché aveva percepito l’idea che noi siamo anche quello che gli altri vedono in noi, non come giudizio ma l’immagine di sé attraverso gli altri, la condivisione con gli altri che noi esistiamo. Questo arriva dopo un periodo individualista, egocentrico degli Zen, ma non mi precludo di diventare una persona che si preoccupa degli altri dopo aver parlato a lungo dei cazzi nostri, nel condividere anche le parti brutte di sé credo che ci sia qualcosa di dolce e puro”.

In un post “venuto dopo qualche Moretti di troppo”, Appino ha definito Il fuoco in una stanza quasi come fosse la fine dei trent’anni, riprendendo il grande debutto solista di Francesco Motta, La fine dei vent’anni. Sembra, effettivamente, quasi come un bilancio di quest’ultima decade “ma non c’ho ancora capito niente, e dubito che lo farò, e per questo l’ho messo nero su bianco. Ho preso questa scatola nera immaginaria e l’ho aperta, parlando anche tanto con Francesco, che per me è un fratello più che un collega; io ho vissuto in pieno la fine dei suoi vent’anni, ci siamo vissuti su un piano parallelo e ho visto che le cose cambiano. Può capitare che alcuni ragazzi, conoscendo oggi gli Zen, vengano e mi facciano domande ad esempio su Andate tutti affanculo, domande a cui non so rispondere perché quell’Appino è da qualche parte dentro di me ma dieci anni dopo mi è sfuggito di vista. Lo conosco per modo di dire, lo riconosco in parole e atteggiamenti; noi dobbiamo al pubblico e a noi stessi il nostro essere a cuore aperto raccontando la verità, falsificarla sarebbe anche caratterizzante magari ma incoerente con l’idea che abbiamo noi di verità. Sono grandicello, ho preso e non preso decisioni sulla mia vita, gli ultimi dieci anni sono drogati di musica anche come schiavitù, qualcosa che mi ha portato via cose anche belle”. Verità anche come atto politico: “Un ragazzo ieri a Catania ci ha detto che non si riconosce nel disco nuovo che ci ha detto essere meno politico e sociale rispetto a La terza guerra mondiale. Raccontare sé stessi, i propri dolori, è un atto politico; fare un altro tipo di politica non ci è mai importato, noi continuiamo con la musica a fare un atto sociale”.

A proposito di Andate tutti affanculo (La tempesta, 2009), c’è un personaggio che torna. Dopo nove anni, infatti, l’amico scrittore di Vecchi senza esperienza si rifà vivo ne Il mondo che vorrei, e sembra non passarsela benissimo visto il tono del brano: “Ma ti dirò di più, perché l’amico scrittore è il Luca di Caro Luca. A proposito di verità, in questo disco si capisce chi è, i ritorni ci sono anche perché ho deciso di prendermi le mie responsabilità. Gli scrivo una lettera, lui è un fratello di adolescenza molto importante nella mia vita che ha deciso poi, per problemi di depressione, di non vedere più le persone con cui era cresciuto. Per me è un personaggio onirico, lo sogno spesso anche se non ci vediamo da quindici anni ma gli dovevo questa cosa; è un atto egoistico però, perché parlando con lui parlo di me”. Caro Luca, brano che chiude Il fuoco in una stanza, è una lettera a cuore aperto in cui forse emerge una delle catene più solide con il passato di Appino; proprio per questo, si poteva pensare più a un brano da solista, ma quella sembra una parentesi chiusa: “Non penso troppo al futuro e non so cosa accadrà, ma anche grazie all’esperienza da solo siamo unitissimi, potenti, perché possiamo fare quello che vogliamo. Quando scrivo non funziona più che faccio questa cosa per un disco di Appino o per un disco degli Zen, è un atto di verità, per ora scrivo questo, buttare giù altri forzatamente non avrebbe senso. Il circo zen muta come muta il mondo attorno a noi, cerchiamo di mantenere l’atto di verità e ora mi sento di scrivere questo, non credo ci saranno più dischi a nome mio”.

Foto Ilaria Magliocchetti Lombi

Una curiosità venuta fuori nella presentazione di Catania è anche che gli Zen hanno tentato la partecipazione all’ultimo Sanremo con due brani dell’ultimo disco, ma quando gli chiediamo se i pezzi in questione fossero Il fuoco in una stanza e Sono umano la risposta è “fuochino, ma non lo saprete mai – ride -. Vi lasceremo con il dubbio fino alla tomba, ma hai azzeccato per metà. È successo comunque ed è stato divertente, è nato dal fatto che il disco usciva nello stesso periodo quindi ci siamo detti ‘proviamoci'”. Provarci non per aumentare il proprio pubblico: “Non è la vetrina, non ci cambia la vita; può cambiare la vita di un singolo ma il nazionalpopolare è una brutta bestia. Noi non ci sentiamo superiori, anzi, però quello che abbiamo fatto in vent’anni senza il nazionalpopolare ci ha resi fortissimi e ci ha fatto fare comunque le stesse cose anche senza farci fermare al supermercato. L’idea nasce perché alla fine dei trent’anni ci piace vedere il mondo da altre prospettive, è una questione di curiosità, di mettersi in discussione, e poi volevamo vedere Ufo lì, in quella situazione”. Magari arrivando in bici al check: “Chissà cosa ci saremmo inventati, ma la curiosità era sociologica, se un giorno lo faremo continueremo a farlo con la musica che piace a noi. Non ci cambierebbe la vita, già le date sono quasi tutte sold out e al decimo disco ci importa poco ma sarebbe stato divertente. E a dirigere l’orchestra andrebbe il Maestro Pellegrini, chiosa scherzando sull’ex Criminal Jokers, diventato stabilmente quarto membro degli Zen dopo l’ultimo tour.

La chiusura è su Low Cost, sulle frasi inserite nel ritornello in modo che siano difficoltose da percepire per l’ascoltatore, ‘sognavo di volare ma oggi per volare mi basta per pagare’: “Sono volutamente nascosti, perché noi quando facciamo questee cose provochiamo, cerchiamo una reazione. La reazione poi è l’inizio di un cambiamento, se certifichi che un tempo volevi volare e ora ti basta prendere un volo mi sto quasi autoprovocando. Molte canzoni del disco sono autoprovocazione, piccoli tatuaggi che mi faccio per ricordarmi che devo fare, volare e basta”. Tatuaggi che impreziosiscono ulteriormente un disco che ha debuttato al settimo posto in FIMI, primo in classifica per quanto riguarda i vinili. “Ma i nostri dischi d’oro sono altre cose, non quelle certificazioni”.

Il fuoco in una stanza è fuori dal 2 marzo per Woodworm Label/La tempesta. Dal 13 aprile gli Zen Circus sono in tour, qui le date: https://www.facebook.com/pg/thezencircus/events

https://www.mixcloud.com/RadioStreet/dissident-14032018-intervista-ad-andrea-appino-the-zen-circus/