WikiGreg – pillole di musica dissidente: tutta questa gente attorno al tavolo

28 febbraio 2018 Blog
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Ho un gomitolo di pensieri che tende ad aggrovigliarsi su sé stesso sempre di più, quando provo a dirimerlo. Questo gomitolo l’ho iniziato a rovinare io, accumulando idee e ideali in tenera età, quando mi sono affacciato a questa faccenda del giornalismo musicale, spesso una delle situazioni più belle che si possano affrontare ma causa, moltissime altre volte, del più classico dei “chi me l’ha fatto fare?”.

(Disclaimer: è ovviamente un discorso personale. Ma non credo riguardi solo me)

Le ultime due settimane mi hanno visto girovagare per passione e per lavoro: concerti e interviste a Londra, Catania, Palermo e Messina con artisti distanti fisicamente tra loro ma culturalmente vicini. Ma a Londra ho fatto anche altro, ed è lì che, dopo qualche tempo, si è tornato ad aggrovigliare il gomitolo. Si è inceppato quando ho visto che cosa non siamo qua. Dice, ma vorresti paragonare Messina a Londra?, dice; no, non posso, perché di base qua non ce ne frega veramente un cazzo della musica. Una città che tende al gossip, figlia di una nazione che vive di gossip, in cui l’arte, la cultura e la musica stessa hanno lo spazio dedicato solo durante la settimana di Sanremo (salvo passare in secondo piano quando bisogna commentare i vestiti degli artisti in gara o parlare di scimmie o vecchie che ballano) o quando ha successo qualche ragazzetto, anche talentuoso alle volte, che poi verrà sistematicamente divorato da logiche mainstream spietate.

Quando ero più giovane, parliamo di circa una decina di anni fa, mi piacevano molto i Carpacho!, gruppo romano che raggiunse il successo momentaneo mettendosi all’asta su eBay nel 2009 (sempre per quella faccenda del gossip, in modo da non farvi pensare che questo sia un discorso da qui e ora). In uno dei brani che più adoravo del loro La fuga dei cervelli, C.A.R.P.A.C.H.O., c’era questa domanda provocatoria ma neanche troppo che ogni tanto risuona arrogantemente nella mia testa: “di cosa parla tutta questa gente attorno al tavolo se quando scelgo a caso un argomento qui nessuno ne sa proprio niente e tutti ridono?”. Un paio di precisazioni d’obbligo, anche per smorzare l’aria da sotuttoio che quest’ultima affermazione ha emanato: in Italia oltre a non esserci dialogo non c’è neanche il tavolo attorno a cui sedersi e, principalmente, non è che qui si sappia tutto, anzi — è che ci piace studiare la musica, ascoltarla, collegare i punti per fare discorsi che vadano oltre il “carina la canzone di Sanremo di quel gruppo lì, e poi c’è la vecchia che balla!!”.

No, la musica è altro. La musica, *parlare* di musica, è un arricchimento che serve molto anche in momenti inattesi, che aiuta a depurarsi dallo schifo quotidiano. Commentare un disco con un’amica, andare ai concerti, vedere che impatto hanno delle parole e delle note, è utile per una crescita che questo paese ha deliberatamente deciso di non intraprendere. E la ragione è perché ci piace quel cazzo di gossip.

Nella chiacchierata di Palermo con i Fask, in quelle otto ore che abbiamo condiviso, ho sciolto tantissimo il mio gomitolo, parlando di un mucchio di cose, arrivando fino a Kendrick Lamar, che è stato uno dei tanti argomenti toccati anche con Beatrice Antolini in trasmissione (clicca qui per riascoltare). Kendrick Lamar, uno che ha fatto il doppio platino in due mesi in America e che qua in Italia è arrivato solo a chi già conosceva la sua musica (tristemente pochi, molti meno di quanti dovrebbero); poi, sia chiaro, può non piacere, ma per piacere o meno dovrebbe arrivare all’orecchio. E come arriva all’orecchio? Le radio fanno quello che possono, specie quelle locali, perché tanti dei network nazionali propongono un miscuglio di robaccia imposta dalle case discografiche. In tv, già detto: Mtv si è suicidata diventando uno youtube con riproduzione automatica e se cerchi di sembrare youtube, questo ti sbrana e ti lascia a brandelli — per cui benvenuta tv8, clone di qualsiasi altro canale nato dopo il mai troppo maledetto digitale terrestre.

Una delle poche soluzioni sarebbe Spotify, non fosse che nella playlist Hot Hits Italia ci sono i Maneskin, un gruppo che ha fatto sold out ovunque sulla spinta di un talent tv e che (vedi allegato a fine paragrafo, FONTE), propone una scaletta quasi interamente composta da cover. Da cover che, aggiungo io, non c’entrano NIENTE tra di loro. Non racconti una storia sul palco, sei diventato una compilation tra l’altro messa insieme male. Una cover band che ha senso di esistere finché non fai 13 anni, ti prendi una chitarra e dici “ehi, ma lo posso fare anche io”.

Il senso di questo lungo quanto inutile sfogo è semplice: ascoltate ogni tanto un disco, uno alla settimana va bene pur di uscire dalla vostra comfort zone che la musica vecchia era meglio (a tal proposito, vedere gente chiedersi chi siano i The National per esaltare i Guns and roses sarebbe stato ok nel 1992, oltre inizia a diventare fuori luogo). Abbattete le barriere che vi siete imposti, andate ai concerti. La Mammola settimana scorsa mi ha portato a teatro a vedere un violoncellista che ho scoperto essere molto bravo, Michele Marco Rossi. Non ero mai stato a uno spettacolo simile, mi guardavo intorno provando a capire le dinamiche e a volte mi sfuggivano. Ma ora so che mi è piaciuto, e che lo rifarei. Anziché lamentarvi su facebook delle campagne elettorali invasive, quando vedete qualcosa che non va, scegliete un disco, anche su youtube, e mettete play. Chiudete il mondo fuori, riscoprite l’arte, mettete da parte lo schifo che vi propina questo paese.

Lamar nell’agosto del 2013 scrisse, nel brano Control di Big Sean, una strofa che massacrava gran parte dei colleghi iniziando una “guerra” per alzare il livello della musica in America. Se non c’è competizione dialettica non c’è crescita, e se non c’è cultura la dialettica è tristemente vuota. È tempo, per questa sciagurata nazione, di riscoprire la sua cultura e di sciogliere un gomitolo di pensieri che possediamo tutti, ma tanti ancora non hanno avuto il desiderio di sciogliere.