Lampemusa, l’Isola di Giacomo Sferlazzo

20 febbraio 2018 Cultura
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Giacomo Sferlazzo

Giovedì 22 febbraio alle 21.30 all’ex Monastero Benedettino di San Marco D’Alunzio – organizzato dall’associazione Tre60lab – arriva Lampemusa, racconti e canzoni sull’isola di Lampedusa di Giacomo Sferlazzo.

Giacomo, ci racconti quello che non sappiamo di Lampedusa, in un articolo dici di non chiamare più Lampedusa isola dell’accoglienza.
La verità è che Lampedusa è un’isola in cui la popolazione è uguale al resto d’Italia e d’Europa. C’è una minoranza che sta provando a fare delle cose insieme ai migranti e altri che sono condizionati dai discorsi politici ed è intollerante. L’isola sin dagli anni ’90 ha avuto una pressione enorme, per la presenza del centro per migranti e per la militarizzazione. Sia storicamente che nei fatti, Lampedusa è un luogo di detenzione e privazione, dove solo una minoranza si impegna per l’accoglienza. Si sono giustificate le leggi che creano clandestinità, con la retorica dell’isola dell’accoglienza e in altri casi con la storia dell’uomo nero, per cui i migranti sono tutti i cattivi.

Nel tuo spettacolo emerge bene questo, e fai riferimento al Santuario della Madonna di Porto Salvo, un luogo in cui cristiani e musulmani hanno pregato insieme.
Sì, è il luogo più importante dell’Isola. Luogo che si modifica nel tempo, in cui cristiani e musulmani pregavamo insieme condividevano una lampada d’olio che veniva alimentata sempre davanti all’immagine della Madonna e nel corso della storia diviene anche un luogo di scambi. Un luogo molto importante nel Mediteranneo. Nello spettacolo parlo della storia di Andrea Anfossi che risale al 1561.

Queste sfumature riesci a riportarle benissimo anche attraverso la tua musica, è vero che alcuni strumenti sono opera tua?
Sì, sono strumenti unici che io in alcune occasioni suono durante lo spettacolo.

Non ti sei mai sentito schiacchiato dal luogo comune: un cantastorie che racconta l’Isola?
No, mi sento anzi di fare parte di una lunga tradizione di cantastorie come Buttitta, ne vado fiero e spero di esserne all’altezza. Credo nelle tradizioni popolari che devono essere rilette in chiave contemporanea.

L’associazione che ti ha invitato – il Tre60Lab – si occupa di riqualificazione del territorio, secondo te possiamo parlare di riqualificazione attraverso la cultura?
Credo che l’unica arma possa essere la conoscenza, che va diffusa e deve essere assolutamente collegata al luogo in cui viviamo.

Quando uscirà il tuo nuovo disco?
Stiamo cercando un’etichetta che possa produrre questo quinto album, vorrei che si riuscisse a creare un minimo di struttura che possa farlo girare. Se non la dovessimo trovare, ritorneremo all’autoproduzione. Entro quest’estate spero di poterlo fare ascoltare.

di Alessandra Mammoliti