L’avvelenata – Bar condicio

20 febbraio 2018 Blog
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di FRANCESCO CERTO
Un regolamento da seguire pedissequamente. La parità è alla base della democrazia, nell’illusoria convinzione che ci sia giustizia nel dare a tutti, troppi, le stesse possibilità di espressione. La par condicio diventa, così, una delle poche espressioni latine che anche lo sgrammaticato riesce a cogliere, quantomeno ne rileva l’essenza: sfidiamoci a parole pari.

Esiste davvero democrazia in tutto questo? Probabilmente sì, anche se rimane quella strana sensazione che l’eccesso sia arrivato al punto di non ritorno. In questo nostro sproloquio non abbiamo nessuna intenzione di violare la par condicio, quindi nessun nome di candidato verrà vergato. Anche perché sarebbe impossibile registrare tutti quelli presenti nelle liste. Il più furbo rimane il vecchino di Arcore, lui in realtà non è tra coloro che son votabili ma il suo nome vorremmo risparmiarvelo per una dose di equità ancora maggiore.

La parità delle condizioni come forma di tutela, perché la quantità vince sempre sulla qualità. Amara riflessione, infatti i notai del cronometro poco si interessano del numero di cazzate massime che si possano udire. L’importante è dirle negli stessi secondi, che invitati e inviti siano uguali e che nel nominare i candidati non si dimentichi anche quello che non prenderà neanche un voto, probabilmente non avrà convinto neanche se stesso.

Forma, sostanza o contenuti: nulla interessa, ci si rincorre solo in termini di secondi e così sia. C’è quello che pensa prima agli italiani, da burocrate annoiato starà quindi a controllare passaporti e carte di identità, una volta decretata la media deciderà se riformare oppure no. Dovrà pure controllare se siano vaccinati o meno, perché oltre che i negri gli stanno sulle palle pure quelli che non vorrebbero morire di morbillo nel 2018. Non è il solo almeno, sulla retroguardia scientifica è in compagnia ottima solo che al momento c’è da pensare a rimborsi e bufale, una vita difficile.

Tasse, lavoro e pensioni sono argomenti che neanche in trattoria, dopo quattro bottiglioni di lambrusco, verrebbero trattati con tanta leggerezza. Promesse promosse, nostalgia di quegli anni ’90 quando firmare contratti era una bella novità… ma anche adesso affascina. Parole e parole, libertà per tutti e rivendicare un lavoro che al riscontro della realtà è inesistente. Un Paese perso nel gioco d’azzardo di un referendum inutile, una prova di forza fallita in partenza. Presunzione infinita di chi ha intrigato da Natale a Santo Stefano.

Ci sono poi gli estremisti: quelli che se davvero ci fosse ancora “lui” neanche le potrebbero dire tutte le stronzate che gli passano per la testa, ma è noto che l’essere umano vive di rimpianti verso cose che neanche conosce. Non vanno dimenticati quelli che stanno sempre più a manca di qualcuno: una rincorsa verso l’estremo bordo del ridicolo, perché c’è una parte di popolazione che non riesce a fermare il suo slittare verso il qualunquismo più retorico.

Nessun nome quindi, è vietato dimenticarne qualcuno e allora meglio piccole allusioni. Tanto di programmi elettorali non c’è nemmeno l’ombra, le idee non le abbiamo tralasciate ma proprio non esistono. Nella campagna elettorale più ignorante della Repubblica Italiana la corsa si basa sullo smontare l’avversario, scelta furba quando non si ha assolutamente nulla da dire. Meglio insultare e lasciare la percezione che l’altro sia, come minimo, più scemo e inetto di noi. È l’Italia bellezza…