“Saremo più forti insieme”: RadioStreet incontra i Fast Animals and Slow Kids

21 febbraio 2018 Blog
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Intervista e live report a cura di Gregorio Parisi — grazie a Fat Sounds e Big Time. Tutte le foto del live sono di Lenny (Instagram)

“Il bello di essere questo gruppo è che siamo tutti amici, e quando siamo in tour è come essere in gita”. Aimone forse è già ubriaco, o forse no, quando sul palco abbraccia Napo che gli sta passando la chitarra. Metà concerto, Fast Animals and Slow Kids ai Candelai di Palermo per l’unica data siciliana di “Forse lo è davvero”, minitour di dieci date per mettere un punto al discorso Forse non è la felicità. Un punto che porterà a una piccola pausa, prima di scrivere il disco nuovo e tornare a suonare in giro, la dimensione ideale per i Fask, animali da palco come poche altre realtà in Italia.

Venerdì Roncade, sabato Palermo: i nostri arrivano e, senza neanche passare dall’albergo, sono ai Candelai a fare il check. Poi il tempo di una doccia e andiamo in Vucciria. Camminando ci fermiamo più volte con pezzi di Italia che li fermano per quella che di fatto diventa una rimpatriata toccata e fuga, perché “per noi suonare è come andare in giro a trovare degli amici – afferma Aimone, finalmente davanti al tanto atteso Sangue in Vucciria –; incontriamo gente, ci salutiamo, non possiamo dire niente di negativo su questo percorso. Il bilancio è estremamente positivo e ne parlavamo proprio qualche giorno fa, ci stupiamo di come scalino dopo scalino tutto possa sempre migliorare, tutto sia sempre in crescita. Con quest’ultimo disco abbiamo ricevuto un affetto incredibile”.

Un affetto sicuramente salutare, specie per un gruppo trasparente come i Fask, che vive mostrando i propri difetti, tentando a volte di nasconderli; ad esempio, in modo quasi casuale, all’interno di Forse non è la felicità si parla sempre di ‘petto’ e mai di ‘cuore’: “Quando si è un po’ malinconici o riflessivi capita di metterlo da parte, di cercare di utilizzare al massimo il cervello. Non volevamo scoprire troppo il fianco”. Eppure è proprio scoprendosi così tanto che i Fask riescono ad arrivare al loro pubblico, perché un’altra via non è proprio possibile: “Non ci siamo mai chiesti come altro fare, per noi non c’è modalità di fare musica che non preveda l’autoanalisi, che non preveda il metterci noi stessi. Abbiamo suonato sempre per esorcizzare le nostre paure in forma quasi terapeutica, per sentirci migliori con noi stessi. Lo facciamo per parlare dei nostri problemi, per urlare i nostri problemi. Non ci chiediamo mai dove la musica ci porta, abbiamo un unico modo – conclude Aimone – ed è parlare di noi stessi”.

Parlare di sé non solo in senso stretto, perché vuol dire anche parlare del proprio ambiente, della propria città; al contrario di tanti che rinnegano la provincia o la cantano stereotipandola, il legame dei Fask con la loro Perugia è viscerale: “Siamo attaccati alla nostra terra per un duplice motivo – interviene Alessio -, ci stiamo veramente bene, tanto che nessuno ha mai pensato di andare via nelle grandi città, ed è stato un terreno super fertile dal punto di vista musicale. Crescere musicalmente in una città grande come Milano e Roma, anche se forse non è vero, noi ce lo siamo sempre immaginato difficile, ci sono trecentomila band e per poter suonare devi conoscere il padrone del locale, sgomitare. A Perugia le band più grandi ti aiutano”. “È tutto più umano – interviene Aimone –, noi ci siamo sempre evoluti all’interno di un tessuto dove non volevamo sgomitare ma migliorare. Noi non possiamo che dire grazie al posto dove siamo nati e cresciuti”. Crescere, evolversi, trovare una strada. Tutti argomenti cantati (e suonati) in Forse non è la felicità, un disco che colpisce già dalla cover: “L’idea di base era la scelta – spiega Aimone -, Forse non è la felicità vuol dire che ti stai chiedendo che cos’è la felicità. Volevamo dare l’opportunità di scegliere la faccia della medaglia, vedere se sei più o meno vicino alla felicità che di base è soltanto uno sguardo, una visione che si ha di sé stessi. Quando scrivevamo questo disco venivamo da grandissime serate con tantissima gente, e quindi anche molta pressione. Ce lo siamo chiesti, cosa fosse per noi la felicità, e nel nostro caso era banalmente entrare in sala prove noi quattro con qualche birra, per tutta la sera. La felicità parte molto da te, dall’analisi del reale, del tuo quotidiano; l’idea era di stimolare visivamente quella riflessione, il fronte è una cosa, il retro è un’altra e sta a te decidere se siano correlate. C’è qualcuno che ha detto che è un ragazzo che salta, qualcuno che è un ragazzo si sta impiccando”. Aimone ride, mentre beve il Sangue, un vino dolce figlio di una città che lo fa impazzire: “La scelta della felicità è un po’ complessa, dipende molto dal nostro punto di vista, da come siamo mentalmente, da quello che stiamo cercando”.

Daniele e Alessio

La felicità è stata percorrere insieme questa strada, con le ultime dieci date a sigillare in eterno l’amore. Ma poi? “Abbiamo preso una pausa prima del disco – risponde nuovamente Alessio – perché eravamo ininterrottamente da tre anni e mezzo in tour. Ne volevamo fare uno nuovo, bello, e volevamo vedere quanto ci avremmo messo; in quel caso è stato poco, dopo neanche un anno eravamo di nuovo fuori con un nuovo album e adesso abbiamo visto che è utile e faremo la stessa cosa: ci prendiamo una pausa a tempo indeterminato, senza limiti, ci potrebbe volere poco come tanto. Non abbiamo idea di quanto, vogliamo fare un disco bello, quanto ci vorrà ci vorrà”.

Questo accadeva in Vucciria, poi ha parlato il palco, e lì i Fask non hanno fatto altro che confermare quello che hanno imparato negli anni sui palchi; avete presente quel detto su come si comporterebbe una forza inarrestabile che si scontra con un oggetto inamovibile? Be’, se la forza fossero i Fask state pur certi che l’oggetto si frantumerebbe in mille pezzi, cominciando a urlare verso il cielo tutto il malessere che si porta dentro. La scaletta si apre con Annabelle e poi tocca tutti i quattro dischi della band compreso Cavalli, da cui emerge la sempreverde Copernico, perché è ancora vero che la realtà è stronza e ti bacia in bocca. Montana (secondo il modestissimo parere di chi scrive, la migliore canzone dei Fask) live fa innamorare, mentre stupisce una efficacissima rilettura di Troia, (resa necessaria, mi spiega Alessandro, il chitarrista, “perché l’abbiamo suonata così tante volte che era diventata quasi una routine”) sparata di seguito a una Maria Antonietta killer; nonostante la band non sia con la propria strumentazione il sound non ne risente e il risultato è di ottimo impatto in tutti i brani della scaletta (una ventina di canzoni per poco più di un’ora e mezza del live organizzato dai disponibilissimi ragazzi di Fat Sounds).

La coerenza artistica dei Fask è palese nello stilare scalette, con pezzi che si sposano bene tra loro anche se estratti da dischi diversi. Aimone, Jacopo, Alessandro, Alessio e Daniele sono attori perfetti di un rancore che non trova pace, di una rabbia covata dentro fin troppo a lungo; Palermo prende fuoco con il pogo violento, lo stage diving di un ragazzo del pubblico chiamato sul palco da Aimone, le urla dei fan producono crepe. Tutto si incastra alla perfezione, tutti fanno la loro parte nel percorso che come ogni viaggio deve avere un traguardo, un obiettivo comune. Arriva proprio per questo, dopo due infuocate Come reagire al presente e A cosa ci serve, Forse non è la felicità, ovvero lo shoryuken definitivo: le grida spingono via le lacrime che inumidiscono gli occhi, tutti scelgono in quel momento cosa vedere nella copertina, se il fronte o il retro, se prendere una strada o l’altra.

Da sinistra Aimone, Jacopo, Alessio e Alessandro

Tutti, forse anche inconsapevolmente, prendono coscienza di chi sono e cosa vogliono. Anche solo urlando, perché questa musica è terapeutica ed esorcizza le paure—e in questo momento, davvero, non si poteva chiedere niente di più, niente di meglio.

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