WikiGreg – Pillole di musica dissidente: sedetevi e siate umili

14 febbraio 2018 Blog
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Ale sta salendo in macchina mentre dalla cassa bluetooth suona HUMBLE., e mi domanda se mi sia mai chiesto il perché. Non perché stia ascoltando Kendrick Lamar, ma perché mi piaccia così tanto. Entrando alla O2 Arena mi tornano in mente quei minuti di un venerdì sera di qualche mese fa, e a far loro compagnia arriva anche la sensazione che vorrei darmi una risposta che vada oltre l’indubbia qualità dei suoi dischi.

In passato, anche in trasmissione, ho usato termini decisi per descrivere l’importanza di Kendrick nella musica del nuovo millennio.

Un profeta, cresciuto nel tempo dopo un esordio ruvido come Section.80, che come sonorità sembra un altro pianeta rispetto a To Pimp a Butterfly (che dovrebbe essere venerato da più o meno tutti come uno dei dischi più illuminati del nuovo millenio); in mezzo c’era Good Kid M.A.A.D City, il mio primo approccio con K-dot. Mass allucination, baby. Poi, dopo Untitled/Unmaster (raccolta di demo e tracce messe da parte nei due anni precedenti), quasi un anno fa è arrivato DAMN., il protagonista di questo tour.

Io e Peddy arriviamo alla O2 arena con l’anticipo che si confà a chi la musica la respira e non vede l’ora di iniettarsene parecchia in vena. La O2 è enorme, usciti dalla fermata di North Greenwich ci assale in modo quasi impertinente con la sua maestosità. Controlli di rito, i nostri posti sono in alto, ma centralissimi: si vedono tutti i 20.000 posti, si percepisce un’elettricità difficile da riportare a parole. Primo problema: il telefono prende male, scrivo alla Mammola che non possiamo fare le dirette che speravamo. Riesco a mandarle comunque un audio di James Blake, che apre il concerto dimostrando, qualora ce ne fosse bisogno, che non se la cava per nulla male. Il ragazzo sembra suonare strumenti con lo smoking, l’eleganza della sua musica è incredibile, i tre sul palco mettono su uno show da 45 minuti circa che sembra in realtà

coinvolgere decine di strumentisti. Io e Peddy (aka Davide Pedelì aka Pedethere) ci guardiamo stupefatti. Ed è solo l’inizio.

Il main della serata è ovviamente Kendrick. Un’ora e mezzo di storia raccontata sul palco, una storia che ha il background di un ragazzo di Compton dal passato non semplice, ma che è diventato uno dei migliori rapper della sua generazione, uno che ha ancora margini di miglioramento e, sentendo cosa ha pubblicato finora, viene da chiedersi quale possa essere il suo limite. Kung Fu Kenny sale sul palco accompagnato da un video di presentazione già visto in occasione del Coachella (e, presumo, anche nelle tappe americane del DAMN. tour); l’inizio è subito forte, d’impatto, identitario in un’arena che non ha altra identità se non quella di voler ascoltare il suo profeta. Persone di ogni etnia, nazionalità ed età unite nell’intonare gli inni tratti inizialmente dall’ultimo disco, per poi fare qualche salto nel passato da To Pimp a Butterfly e, poi, la follia di mettere una dietro l’altra Swimming Pools e Backseat Freestyle.

Kendrick in alcuni pezzi lascia un po’ andare la base, fa cantare il pubblico, si muove come un forsennato sul palco, quasi fosse un tarantolato. Racconta la sua storia anche attraverso la gestualità, tramite quell’esplosività di un ragazzo nato nell’87 ma già maturo abbastanza da chiamare a raccolta tutto il movimento per far crescere la musica, attirandosi ovvie inimicizie, ma il gioco è questo da sempre, e se sei amico di tutti forse non lo stai facendo bene. Verso metà show luci basse, danza sul palco e Lamar torna a mostrarsi, stavolta in un mini palco al centro dell’arena per la sua LUST., intonata a cuore aperto poco prima che parta una voce a ricordarci che nessuno sta pregando per lui. “Nobody’s praying for me” è una frase ripetuta più volte all’interno di DAMN., tanto che su internet, quando uscì il disco, in tanti dissero che, qualunque fosse il parere sulle tracce, l’unica cosa sicura è che al povero Kendrick nessuno dedicava le proprie preghiere.

Ok, siamo chiari: lunedì io ho pregato per Kendrick, perché mi ha regalato m.A.A.d city (speravo anche in Good Kid, ma non mi posso lamentare) e perché quando è partita Bitch don’t kill my vibe il mio cuore ha saltato diversi battiti. Il finale, però, non è da meno: prima una Alright che mi ha fatto disperare perché cantare solo due pezzi da TPAB è un crimine, poi HUMBLE. nel momento forse più intenso della serata. Kendrick parte, la canta fino a poco prima del ritornello e poi è il pubblico a prendere la situazione in mano. “SIT DOWN” e “BE HUMBLE” si alternano creando un’atmosfera che prosegue nella seconda strofa e nel successivo ritornello, Kendrick ride e si prende l’amore di migliaia di persone totalmente perse per la sua musica. La rifarà dopo per ringraziare, chiudendo poi con l’ultimo joint, una GOD. che serve a salutare tutti.

“Perché ti piace così tanto? È strano”. Ale lo diceva senza malizia, ma per curiosità. Ci sono arrivato ieri, forse: uno che è arrivato dove è arrivato lui, capace ancora di emozionarsi davanti alle risposte di un pubblico che lo abbraccia idealmente, uno che scrive per esporre senza falsa retorica dei problemi della sua gente, dei problemi dell’essere neri in America nel nuovo millennio, senza nascondersi dietro qualunquismi (a proposito: bello Sanremo, le cose giuste) ma prendendo posizione, uno così deve essere rispettato, perché è lucido e umile, sì, ma anche dannatamente bravo.

Nota a margine: 20.000 persone, concerto terminato alle 22.45 (mezz’ora di ritardo per fare entrare tutte le persone senza far loro perdere neanche una nota), Tube più frequenti, organizzazione in generale perfetta. Quando anche in Italia si capirà che i live non devono necessariamente iniziare dopo mezzanotte saremo un paese un po’ più civile.

@wikigreg