L’avvelenata – Tagliare il ponte

13 febbraio 2018 Blog
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di FRANCESCO CERTO
Probabilmente è davvero stupido parlarne. Ciclicamente torna, riempie le pagine delle campagne elettorali e accende dibattiti che vanno dal grottesco al fantasioso. Il ponte sullo Stretto di Messina è uno di quei miraggi che piacciono ai politici e dividono i cittadini. Nella lunga corsa alla regionali del 5 novembre la gara fu serrata: insospettabile fu il centrosinistra a fare suo l’argomento, a ruota il centrodestra ne rivendicò la paternità con i cinquestelle a fare da controparte. Delle posizioni politiche potremmo tranquillamente fregarcene, non è quello il punto anche se la distanza tra Lega e Forza Italia chiarisce che il binomio Salvini-Berlusconi non nasce sulle basi dell’accordo massimo.

Chi è a favore e chi contro è cosa nota, il punto è un altro: perché parlarne ancora? L’amministrazione Accorinti cerca il colpo di coda finale con la variante al PRG, la famosa Zona Q potrebbe chiudere definitivamente qualsiasi idea di ponte, quasi impossibile vista la schiacciante inferiorità in consiglio comunale. Prova a mettere la parola “fine” grazie al potere amministrativo, in realtà è una di quelle battaglie da vincere per medaglia e non per concretezza. Silvio Berlusconi sull’idee delle grandi opere ci ha campato un ventennio, lo ha fatto per quella mania di grandezza che amava fomentare e che affascinava elettori e odiatori. Sulla reale utilità, o meno, non si è poi mai realmente discusso.

Tanti anni al capo di un governo sarebbero potuti bastare per rendere le parole una realtà, almeno per dare un minimo di concretezza. I fatti dimostrano, invece, che a parte tanti progetti e qualche sondaggio in superficie nulla è mai stato fatto per realizzare l’infrastruttura. Se un governo solido nei numeri come quello guidato da Berlusconi è rimasto alle parole, come può tornare attuale nell’inverno del 2018 il ponte sullo Stretto? Perché amano, e amiamo, prenderci in giro.

Quando anche un argomento del genere diventa avanspettacolo, ecco che diventa maturo il momento del disinteresse. In una campagna elettorale basata su immigrazione e sull’accusare l’altro di essere meno onesto, come potremmo ricevere in maniera seriosa la discussione su opere del genere? Non si pensi, però, che la popolazione sia freddina. La disillusione è una cosa, il volerne discutere altra. Ormai il cittadino messinese medio non prende più in considerazione il ponte, ma litigarci su non gli dispiace per nulla. Intanto perché il dibattito stuzzica, e poi perché la questione è davvero ideologica. Il paradosso è scannarsi su qualcosa che non esiste, ma fa parte dell’essere umano organizzare guerre per qualcosa di aleatorio.

L’argomento si sgonfia da solo, vive vigorosamente solo le prime ore delle campagne elettorali: quelle dove ci sono da tirare fuori i cavalli di battaglia. Verrà fagocitato e dimenticato, resta buono per riempire qualche minuto in interviste sul territorio ma si cancella dalle memorie collettive almeno fino all’elezione successiva. In realtà per la città di Messina sarebbe pure un argomento serio: dalla progettazione, alla realizzazione fino all’utilizzo, il cambiamento sarebbe storico e clamoroso. Una devastazione fisica e mentale, un rinascere e una modifica quasi genetica per un pezzo di terra che della sua insularità non ha mai goduto pienamente vista la vicinanza, fisica e visiva, con la Calabria.

Sarebbe davvero un argomento serio, forse fin troppo e quindi non può divenire motivo di reale impegno politico. Come Claudio Baglioni non può non cantare “Questo piccolo grande amore”, il politico non può non parlare di ponte. Nel frattempo i siciliani continueranno con gli slalom autostradali per muoversi tra Palermo, Messina e Catania o sopporteranno infinite ore di treno per collegare due città in realtà vicinissime.