L’avvelenata – Il quoziente rosa

30 gennaio 2018 Blog
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di FRANCESCO CERTO
Una settimana trascorsa in viaggio regala qualche momento di noiosa attesa. Capita così di sfogliare qualsiasi blocco di carta, anche riciclato, capitato sotto mano. Nel sabato dei treni quasi persi e delle file al gate succede di leggere un – a voler essere carini – greve articolo del Fatto Quotidiano sulle scelte di Silvio Berlusconi per le elezioni del 4 marzo. Un’analisi interessante, farcita come sempre da qualche luogo comune populista e non pochi strafalcioni.

Cavallo di battaglia rimane il problema impresentabili: dopo le polemiche in salsa siciliana ecco quelle sul nazionale, Messina rimane al centro. Il Fatto buca con Franco Rinaldi dato che il cognato di Francantonio Genovese questa tornata la vivrà da elettore, sottovaluta invece le figure di Oriana Papatheu e Matilde Siracusano. Di cosa scrivesse il giornale di Travaglio possiamo, tranquillamente, fregarcene. Lo spunto basta per entrare nell’analisi delle scelte di Forza Italia.

L’autosospensione di Emilia Barrile è quasi naturale: dopo la non candidatura all’Ars quella romana sembrava scontata, non arrivata neanche quella diventa ovvio che la presidentessa (cara Boldrini in italiano le parole al femminile esistono già) del consiglio comunale rifletta sulla sua vicinanza a Francantonio. Evidente, tra l’altro, come lo stesso Genovese veda il suo peso specifico ridimensionarsi sopratutto sulla questione “scelte”. Fuori Barrile e Rinaldi, a Messina il nome che fa rumore è Matilde Siracusano.

Il lettore medio, soprattutto se mezzo cretino, potrebbe guardarla e pensare all’ennesima bella ragazza in stile Forza Italia. Nulla di più sbagliato, perché la Siracusano viene fuori da una storia familiare e politica di uno spessore tale da cancellare qualsiasi idea di leggerezza. Costruttori, avvocati e quella “Messina bene” che indirizza la scelta di Berlusconi verso un blocco ingombrante di potenziali voti. La complessità del sistema elettorale non ammette errori, i candidati sono portatori sani di potere e non contentini buoni a nulla.

Sulla stessa scia c’è Matteo Renzi: il segretario del PD diventa fortemente decisionista e cancella le ipotesi di dialogo. Non piacerà ai puristi della democrazia, non sbagliata però la strategia in un momento storico che vede il partito del governo uscente sul terzo blocco di partenza. Il centrodestra vola via, M5S forte del suo bacino e delle sue idee insegue e pure una larga intesa con Berlusconi pare, oggi, un miraggio per l’ex sindaco di Firenze. Nomi forti, nomi pesanti e dai voti certi servono al PD per esistere ancora come partito al comando.

Beppe Picciolo numero 2 dietro la fortissima Sudano nei collegi plurinominali al Senato, più tranquillo è invece Pietro Navarra. Il rettore rompe gli indugi e scende in campo, stracciato quel velo sottile che lo vedeva in sella all’Unime fino al 2019. “L’avevamo detto e scritto”, pronostico facile e non staremo a vantarcene come il più classico dei giornalisti. Media, intanto, sotto attacco: nota piccata del rettore che non ama essere avvicinato allo zio con precedenti nella criminalità organizzata. Il corporativismo non ci appartiene e forse Navarra non sbaglia, il diritto di raccontare cronologicamente una storia è spesso la scusa per aggiungere pepe ad un piatto sciapo. Vita, morte e miracoli di Pietro Navarra sono noti da sempre, oggi non devono diventare più interessanti per giochini da campagna elettorale.