L’avvelenata – Burger chi? Il salotto del provincialismo

16 gennaio 2018 Blog
#burger king
#francesco certo
#l'avvelenata
#messina

di FRANCESCO CERTO
Quanto pesa questo ventunesimo secolo a Messina? Tanto, forse troppo. Il provincialismo è insito nel DNA di una città che non riesce ad emanciparsi. Non una retorica tristemente radical chic, tutt’altro perché in totale onestà non è interessante dare linee guida sulla altrui vita. Solo una riflessione, neanche troppo amara ma sicuramente vivida di una realtà che non è mai decollata impantanandosi nel trionfo del periferico.

Nessuno snobismo nei confronti di questo o quell’esercizio commerciale: un Burger King aperto fino alle 5 del mattino ci salvò dal congelamento in un ottobre norvegese di qualche anno fa. Resta quindi un certo riconoscimento verso il brand, nottata atipica passata in compagnia delle signorine che avevano appena finito il turno sulla Frederiks gate. Allo stesso modo rimane l’angoscia nei riguardi dell’effetto trascinamento creato dall’apertura di un fast food. Discorso identico per i negozi di abbigliamento o altri luoghi di massa in catena internazionale. Il problema non è mai il luogo ma l’euforia.

Scadere nel banale è un attimo, il rischio è però calcolato nei limiti di uno spessore figlio di una conoscenza intensa del mondo circostante. La sentenza è una: siamo un paesino di provincia. Lo siamo nella divisione quartieristica, nel credere che i villaggi siano luoghi di tradizione e identità invece che semplici zone cittadine. Messina non è città, rimane un “non luogo” in cui le differenze sociali restano nette e aggravate dagli eventi sociali.

Mille gradi di separazione che allargano le distanze in una città troppo lunga e troppo in salita, una popolazione che si smaschera nell’accorrere gaudente e furiosa all’ouverture di un localino che trasforma l’essere nell’avere. “Anche noi abbiamo…”, sembra questo l’obiettivo del cittadino sempliciotto che rivede nell’arrivo di una catena l’ingresso nella società civile. Due McDonald’s, un Burger King, Old Wild West, H&M o Zara: inutile negare di esserci stato, acquistato e mangiato. Anche perché non c’è mica nulla di male, proprio questo il nodo cruciale. Torniamo a bomba su quanto scritto qualche riga prima: i luoghi non si contestano, la percezione va condannata.

“Ma che vuoi???”, reazione che ci possiamo aspettare sempre quando prendiamo la via di una polemica, probabilmente sterile, di questo tipo. Vorremmo un livello di emancipazione totalmente diverso, uno spessore cittadino capace di soprassedere sull’entusiasmo che porta l’apertura di un fast food. Una volta aperto andateci pure in massa, strafogatevi e così sia. Un bel “chissenefrega” vi accompagnerà, e togliamo subito di mezzo la polemica sull’assassinio dei grandi brand nei confronti dei piccoli imprenditori. Sciocchezze, perché comanda il cliente. Se il fascino di un panino da catena industriale conquista più di una pagnotta casereccia… e vabbè. A questo va aggiunto, asterisco non da poco, che il punto vendita non è figlio dell’avidità del signor Burger King, ma della voglia imprenditoriale di un soggetto locale o al massimo regionale. Puntare sul franchising non è mica reato, anzi è spesso una furbizia non da poco, oltre che un impegno economico pesantissimo.

In chiusura non c’è molto altro da dire, forse non si è detto praticamente nulla. Forse sono urla nel deserto quelle che chiedono di non apparire come un grosso paesello di provincia, perché basta girare da nord a sud per vedere tutte le differenze di una città che si modifica di strada in strada, e che forse trova un’infantile unità di intenti nel farsi travolgere dall’entusiasmante ricerca di massificazione. Nella massa, d’altronde, siamo davvero tutti uguali.