Panic Blog – La leggenda di Martino e lo spirito del vecchio Syd

12 gennaio 2018 Blog
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di ALESSANDRO ARENA

Si raccontano molte storie dentro questa radio. In realtà, più che storie, per me, sono delle vere e proprie leggende. La differenza fra una storia ed il suo diventare leggenda sembra banale, un dettaglio. Invece, in quel dettaglio c’è l’infinito. Credo che la leggenda sia quel racconto che non afferri mai, quello spazio enorme che si trova fra te ed il racconto stesso.

Una fra queste è la leggenda di Martino, 15 anni passati dentro una radio. Per essere più realistici, si tratta di una topaia raccolta intorno ad un trasmettitore. La moquette scolorita, bucata ovunque dai mozziconi di sigarette. Poster ingialliti e pieni di strappi. Completamente immersa nel regno della polvere, i cui soldatini sono quei piccoli animaletti che trovano rifugio nel buio che si instaura fra i cumuli di carta.

Martino ci stava seduto, in mezzo a quelle vecchie riviste di musica che formavano dei veri e propri pilastri cartacei. La colonna più alta aveva il faccione di un Lucio Dalla giovanissimo, con tanto di barba, occhiali tondi e passamontagna blu elettrico.
Una radio in disuso è un cimitero di led, di transistor e di microchip, il tutto immerso in un involucro di ferro e plastica. Trovi giradischi vecchi, un numero considerevole di dat, bobine di registrazioni, cofanetti di puntine, foto scolorite, cd, videocassette VHS, montagne di cavi, centinaia di doppie prese, carcasse di mixer da 30 canali che sembrano grandi elefanti abbattuti e, soprattutto, un incalcolabile numero di oggetti circolari di colore nero, con un buco grosso al centro e dalla superficie un po’ ruvida per via delle incisioni: i dischi.

Ecco, immaginate una lattoneria musicale. Fra quei rottami troverete Martino.

Martino per tutti era un tipo strano.

Scusatemi, ma devo interrompere il racconto per aprire una parentesi: l’uomo si evolverà davvero quando smetterà di dire “è un tipo strano” per definire qualcuno, ma cercherà, invece, di capire che cosa si nasconde dietro a quella “stranezza”. Ma erano tempi bui e Martino restava per tutti “un tipo strano”. Quando qualcuno lo chiamava dj, lui posava il disco che aveva in mano e guardandolo dritto in faccia, diceva: – sono un archeologo. Cerco di far tornare in vita la musica.-

Da mezzanotte alle due di notte. Questi erano i suoi orari. Le sue parole arrivavano sempre dopo le note del suo pezzo preferito: The man in me. E annunciavano il titolo del programma: Perché Bob Dylan non è andato a Woodstock?

Questo titolo sembrava nutrirsi, come tutta la storia che vi sto raccontando, di qualcosa di inafferrabile. Martino, il paleontologo della musica, all’interno di quella sua speciale officina musicale, andava alla ricerca di dischi come se stesse cercando fossili e, con la stessa tecnica e precisione, li numerava e archiviava. Li cercava nel caos e, con un pennello apposito, spazzolava la polvere accumulatasi sulla loro superficie. Con un panno li accarezzava e strofinava fino a dar loro nuovamente splendore. Dava ai dischi la luce che meritavano. Li prendeva senza mai poggiarvici sopra le dita, poi ascoltava lo scricchiolare della puntina sul solco e l’arrivo delle prime note. Martino cercava quel suono più di tutti, quel dettaglio imperfetto. Quell’imperfezione che rende giustizia al supporto del disco, rispetto a quello del cd, alla differenza che passa fra una storia ed il suo diventare leggenda.

La leggenda racconta che Martino, quella notte di agosto, trovò in radio un 33 giri senza copertina, davvero malridotto, proprio sotto Vamos a la playa, dei Righeira, che spostò con aria un po’ disgustata. Incuriosito da quel disco misterioso, che nella parte centrale risultava illeggibile, rimosse la polvere dalla sua superficie, prima soffiando delicatamente, poi accarezzandola con il suo inseparabile pennello e, per finire, con il panno che teneva nella tasca posteriore dei jeans. Iniziò in maniera delicata, proseguendo in modo sempre più vigoroso, allo scopo di evitare che quella sporcizia ne compromettesse l’ascolto e danneggiasse la puntina.
Non so se bisogna crederci. Ma, sapete, ogni volta che qualcuno decide di non credere ad una leggenda, questa inizia a perfezionarsi e ad aumentare di intensità.
Io mi attengo ai fatti riportati da alcuni amici di Martino. Raccontano che lo strofinio del panno sul disco, come quello sull’antica lampada magica d’oriente, tirò fuori lo spirito disperso e solitario del grande Syd Barrett.
Syd Barrett! Mica Orietta Berti, oppure Francesca Alotta! Stiamo parlando di Syd Barrett! La creatura più misteriosa del mondo del rock, l’uomo che creò qualcosa di talmente nuovo che niente fu più come prima. E lo fece in maniera spontanea, come fa un mago quando estrae un coniglio dal cappello.
Syd Barrett, l’uomo che prese ogni singolo ragazzo di quella che doveva diventare una band, ne intuì le potenzialità e assemblandole, creò qualcosa di unico e irripetibile.

L’uomo che creò il mito e la storia dei Pink Floyd.
L’uomo che, durante un’ intervista, spiegando l’origine del nome del suo gruppo disse che gli era stato suggerito dagli alieni.
Syd, l’uomo dalla provenienza sconosciuta, dalla morte misteriosa, dalla passione inverosimile per i funghi e per l’ lsd, i cui effetti lo fecero passare per malato mentale.
Le note e le sonorità perfette che raccontavano il futuro, facevano spazio ad urla impazzite, mentre, con forza, veniva chiuso nell’armadio. Syd, inghiottito dal buio, con i suoi calci segnava le battute ed il tempo di quella che fu la musica dei Pink Floyd.
Martino pensò tutte queste cose in un secondo, ma non riuscì a proferire parola. Syd si stiracchiò un po’. Si guardò intorno e poi si girò verso Martino: – Scusa non è che avresti qualche sigaretta? A me è rimasta solo l’ultima.

– Martino non riusciva a parlare, mentre il mago, con la sigaretta in bocca, iniziava a fare cerchi di fumo che guardava fluttuare con grande interesse.

Syd interruppe il silenzio:

– Come hai detto che ti chiami? –

– Martino! –

– Ok, Martino. Senti, cerchiamo di farla breve, anche perché io non parlo da anni e non ho intenzione di incominciare a farlo stasera. Sono un mago, come tutti i maghi che si rispettino e vengono fuori da qualcosa di speciale: lampade, bauli, ecc. Soddisfo desideri. Quale desiderio vuoi che io esaudisca per te? Non devi rispondermi subito, so che potrebbe essere una domanda difficile. Certo, se volessi pensarci a lungo, io avrei bisogno di qualche birra e di comprare le sigarette. Sai se ci sono un bar e un distributore automatico da queste parti?

Martino disse che, ultimamente, a causa della crisi economica, fumava del tabacco e, per quanto riguardava le birre, ne aveva una scorta per la nottata. Insomma, fu veloce a soddisfare le richieste del mago. Non fu, però, pronto ad esprimere un desiderio. All’improvviso, tutta la sua vita iniziò a scorrere di fronte a lui. Più pensava e più si confondeva. Rimase seduto sul divano senza parlare per due ore circa. Ad un tratto chiamò Syd e gli disse, quasi inciampando sulle parole:

– Eccomi, eccomi! Ho trovato! Syd, noi, in Sicilia, abbiamo un problema. Siamo un popolo di emigranti, abbiamo sempre lasciato questa terra difficile per cercare fortuna altrove, soprattutto in America. Per esempio, lo zio Totò si è messo a fare coni gelato e adesso è il proprietario di una catena di bar. Vende centinaia di gelati al pistacchio di Bronte e granite alle mandorle di Modica. Insomma, spacca! Il cugino Vicè ha realizzato la prima pizzeria della sua regione, che, nel tempo si è trasformata in una multinazionale. Hai presente Italian Pizza? Ecco, l’ha inventata lui. Persino il New York Times gli ha dedicato una copertina. Melo è partito come muratore, con un cappello di carta ed una cazzuola, indossando i suoi jeans bucati sulle ginocchia. Adesso ha una ditta di costruzioni con, più o meno, 150 operai. Mi ha mandato pure delle foto. In una di queste era, addirittura, con il sindaco, mentre tagliava il nastro di un qualche museo importante. L’altro giorno mi ha mandato una foto da uno stadio di baseball. Ogni volta che ci sentiamo mi ripete le stesse parole: “ma che minchia devi fare in quella soffitta? Lascia perdere, amunì! Qui te la devi fare la radio! In America, le radio sono grattacieli altissimi. Amunì, lassa futtiri tutti cosi, arricampati!” Sostiene che le minchiate dei siciliani piacciono da morire agli italo-americani e potrei avere successo. Ma sai, Syd, a me non interessa questo. Io vorrei solo vederli facilmente, anzi, vorrei che per loro fosse semplice venire qua. Che ti devo dire, Berlusconi fa il ponte sullo Stretto prendendo tutti per il culo? Tu, che sei un mago, non potresti fare un ponte che collega la Sicilia all’America, magari prendendo per il culo solo me, in modo da lasciare stare gli Italiani? Ma devi fare un ponte fatto bene, senza dare appalti alla mafia, senza risparmiare sul cemento, senza giri illeciti legati al movimento della terra. Un bel ponte a quattro corsie, non come la Salerno/Reggio Calabria, che ne ha una sola, quando va bene. Dobbiamo essere diversi noi!
Poi, ho pensato pure che si potrebbe mettere qualche trattoria lungo il percorso; con le nostre cose tipiche: arancini, caponata, parmigiana, pasta con le sarde. Ho in testa anche il logo delle “trattorie del ponte”: un’ enorme melanzana! Ovviamente, non tralascerei una buona pasticceria di cannoli alla ricotta e qualche circolo ricreativo, con tanto di torneo di tresette! Poi, stai tranquillo, la cosa prenderebbe piede da sola, ma tu mi daresti una spinta. Con il ponte, anche le donne siciliane tornerebbero in Sicilia e, in questa terra, tornerebbero a fare figli. I paesi ricomincerebbero ad essere abitati, non sarebbero più dei paesi di vecchi, ma di giovani e difimmini. I fimmini ci vogliono!
Scusa Syd, tu non conosci il dialetto: le femmine….amunì!-
Sulla parola fimmini, Martino si inceppò. Sprofondò nuovamente sul divano continuando a ripetere: fimmini…
…fimmini…
…fimmini…
…fimmini…

Dopo qualche secondo il suo sguardo si svegliò, il viso prese la classica espressione di qualcuno che ha appena avuto un’ idea.

– Ho capito cosa voglio veramente, Syd. Io voglio sapere cosa pensano le donne. Voglio capire cosa pensano il secondo prima di esplodere in una risata. Cosa le fa stare male, cosa pensano quando piangono, quando ballano da sole nella loro stanza, oppure quando ti dicono: “no niente”. E se tu insisti, loro alzano la voce dicendoti: “NIENTE!”
Cosa pensano quando guardano i gatti che giocano in giardino, cosa rimuginano quando scrivono sui vetri appannati delle macchine, oppure cosa pensano quando abbracciano il loro bambino appena nato, in un bagno di lacrime, urla e sudore.
Cosa meditano quando si appoggiano al tuo petto e dopo uno po’ alzano lo sguardo chiedendoti: “Che fai dormi?” E tu rispondi sempre di no, mentendo spudoratamente!
Voglio sapere cosa pensano quando ti guardano mentre dormi. Chiaramente io non le vedo, ma so che mi guardano e che pensano un sacco di cose.
Ho deciso! Questa è la mia scelta!

Il mago nelle vesti di Syd Barrett, oppure Syd Barrett nelle vesti di un mago, guardò Martino dritto negli occhi ed esclamò:

– Martino, allora! Amunì! Come dobbiamo farlo questo ponte? –