WikiGreg – Pillole di musica dissidente: Ciao Figlio, buon Natale

tumblr_mg7d18T1Ic1rtv66yo1_500Per l’ultima pillola dell’anno avevo pensato di buttare giù un quadro delle uscite dell’anno, qualcosa di simile, anche se ho sempre più difficoltà con le classifiche data la varietà di musica che ascolto e l’impossibilità di paragonare tra loro artisti oggettivamente troppo distanti l’uno dall’altro. Questa era la mia idea fino a circa le 17 di lunedì 25 dicembre, quando scorrendo la home di Facebook ho incrociato un brano, uno di quelli che cambiano la vita. E allora l’idea di base, già di per sé debole, è cambiata del tutto. Il brano è Venti minuti degli Offlaga disco pax, tratto dal disco Bachelite, uscito nel 2008 per Santeria/Audioglobe.

 

Gli Offlaga si sono sciolti nel 2014 dopo la morte di Enrico Fontanelli. Una scelta rispettosa e quasi naturale nei confronti di uno dei tre fondatori di un gruppo davvero particolare, che ho avuto la fortuna di vivere live credo nel 2013, poco dopo l’uscita del loro ultimo disco, Gioco di società. In quel concerto, in un Retronouveau gremitissimo, Collini fece piangere più di una persona proponendo anche una versione struggente di Venti minuti, una storia così tanto intima che io, la prima volta che l’ascoltai, quasi dubitavo potesse essere vera. Il rapporto travagliato con il padre, portato avanti oltre la naturale scadenza a causa di una telefonata che arriva sempre, puntuale ogni vigilia di Natale.

Da allora quell’uomo ha deciso che sono mio padre

È una canzone, Venti minuti, che mi ha insegnato molto. Ogni volta che l’ascolto percepisco un’ammirazione quasi innaturale di Collini verso la devozione di quell’uomo. E sento quasi la delusione, il senso di straniamento quando arriva alla solita conclusione: “non era con me che voleva parlare. Non era di me che aveva bisogno”. Sono parole che pesano e che rendono paradossalmente al meglio lo spirito del Natale, lo spirito di una festa che da un punto di vista religioso dovrebbe portare in dote valori spesso visti poi, in realtà, come imposizione, specie nel periodo del cinismo a tutti i costi, nell’epoca degli “a te e famiglia” preconfezionati quasi fosse un obbligo, quasi come se ci fosse originalità e bellezza nel rispondere in modo privo di sentimento a un pensiero solitamente carino.

Circa sette minuti di confessione che ci fanno trovare dalla parte di chi, quell'”A te e famiglia”, avrebbe voluto riceverlo ma non l’avrebbe ammesso mai forse a causa di un grande, enorme orgoglio—legittimo quanto ingombrante. Al contempo rappresentano uno dei migliori regali possibili, quello del riscoprirsi vulnerabili, del ritrovarsi al centro di una stanza e scoprire che, forse, non è essere sensibili (nel significato vero, non quello coniato da Mambro-Fioravanti) a renderci strani. Ci fa solo sentire tutte le emozioni, probabilmente anche quelle degli altri che, come ogni anno, hanno provato a nascondere dietro un vago strato di cinismo il loro straniamento.
wikigreg