WikiGreg – pillole di musica dissidente: To Pimp The Giornalisti

13 dicembre 2017 Blog
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to pimp
Questo è un pezzo difficile, perché so dove voglio arrivare ma non so da dove iniziare a spiegare per farvi capire il mio punto di vista. Mentre pensavo questa cosa, ho realizzato che la fine non è altro che un inizio di qualcosa, quasi sempre—e allora iniziamo le danze da qui: in Italia non esiste il rock.

Ok, vi ho lasciato qualche spazio per digerire una frase che sembra (lo è) una provocazione. In Italia c’è rock, ce n’è di pregevole qualità, e penso ai Fast animals and slow kids, penso a Motta, penso agli Zen Circus (curioso, tutti ospiti di Dissident nel 2017); c’è rock di protesta anche se underground, c’è rock valido, c’è rock plastificato. Ma questo è il paese dove il rock per forza di cose non può arrivare oltre un certo livello, ed è proprio un fattore genetico.

Faccio un passo indietro: il disco che più di ogni altro esprime dissenso sociale in questi anni ’10 viene dagli USA e col rock ha poco a che fare, anche se To pimp a butterfly di Kendrick Lamar ha pregevoli inserti strumentali jazz, funk e soul. Musica nera, musica che parla di comunità nera. Il rock ne è lontano parente. Esistono ancora dei bei dischi rock nel 2017, ne abbiamo avuto le prove con i soliti LP col pilota automatico di idoli delle folle, rockstar come Dave Grohl o Josh Homme che il loro seguito ce l’avrebbero a prescindere.

In Italia funziona diversamente, e la musica di protesta la fai per una nicchia, e la musica rock la fai per una nicchia diversa. Poi ci sono gli altri, quelli che rock non sono ma che hanno successo perché sanno parlare al loro target, perché hanno un target esattamente come le pubblicità. Penso a Lo stato sociale, un gruppo che per un qualche motivo è riuscito senza alcuna capacità (escluso forse il copia incolla di frasi da facebook e una dei Pearl Jam) a ritagliarsi un proprio pubblico e a portare la loro roba in giro. Prendi Calcutta, prendi questa gente che è già pronta per il post Calcutta quasi, gente che fa la stessa roba, gente che ha avuto la strada spianata da quel cataclisma sociale chiamato The giornalisti, i Negramaro formato social network.

A me non piace parlare male degli artisti perché ho sempre sostenuto l’idea di spingere il bello ed evitare, semplicemente, il meno bello. Ma ogni tanto ci penso a come sarebbe stato se qui in Italia ci fosse stata una Seattle. Ma ci pensate se qui in Italia fosse nato Andy Wood? Sarebbe finito a scrivere i testi a Luca Carboni, come anche Chris Cornell, che a X Factor avrebbe reinterpretato qualche canzone di dubbio gusto degli anni ’70. Axl Rose? Ad Amici, a spingere le sue qualità canore dovendo anche confrontarsi col ballo (funziona ancora così? Prima funzionava così. Non lo so, ma comunque ci siamo capiti spero). Pensa poi a Malmsteen, confinato a fare i video su youtube mentre suona i Dragonforce a Guitar hero—va be’, questo sarebbe stato un bene in fondo.

A me dà fastidio. Mi va bene che esista tanta musica diversa perché io stesso non mi sono mai focalizzato su un solo genere. È che vorrei ci fosse non tanto il coraggio di fare un disco come To pimp a butterfly in Italia, quanto piuttosto l’effettiva possibilità che venga apprezzato dal pubblico. Ma che dico apprezzato, mi piacerebbe che venisse ascoltato, perché i modelli, i bellocci, i divi li lasciamo a qualche altro ambito. Questa è musica, e la musica va ascoltata con le orecchie e sentita col cuore.

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