WikiGreg – Pillole di musica dissidente: L’anima nei dischi

29 novembre 2017 Blog
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Vi svelo un segreto: quando leggerete queste parole io le avrò scritte già da qualche ora. Una quarantina circa. Quando posso scrivo sempre la rubrica del mercoledì con un po’ di anticipo per facilitare lo stupendo lavoro che fa Alessandra per questa radio. Questa settimana è anche per facilitare il mio lavoro. Questo pezzo uscirà mentre io sarò in agenzia a lavorare sapendo che alle 14 intervisterò Giancane e sarò un po’ teso, perché ogni intervista è diversa dalle altre, e a questa tengo molto. Ci tengo perché Giancane è stato bravo nel suo disco ad attaccare la nostalgia fine a sé stessa, quella che svilisce la vera nostalgia.

Parlo di vera nostalgia e ripenso alla puntata di oggi, a una canzone in particolare. È forse la seconda o la terza volta in una stagione e mezza di Dissident che passo Winter di Joshua Radin. Ogni volta che la metto in play penso a quella scena di Scrubs, quel capolavoro di scena che finisce con “Dove pensa che siamo?”, in italiano, perché Scrubs l’ho amato in italiano e i ricordi li ho con quella voce di JD. Winter però a un ascolto disattento è una canzone da malinconia, forse, più che da nostalgia.

La meravigliosa realtà dice che Radin ha composto una canzone che mescola entrambe le cose, per natura non certo contrarie l’una nei confronti dell’altra, e ha trovato l’armonia giusta per farle convivere valorizzandole al meglio. Resta in bilico tra ricordo di una persona morta fisicamente o nei pensieri, in equilibrio tra un lutto vero e uno generato da qualcos’altro. Fa nascere un sentimento, regala un’anima alla sua musica. Ci pensate mai, voi, all’anima nella musica?

L’anima: per me è lei la linea di confine tra ciò che vale e ciò che non vale. E, si intenda: va bene anche la musica senz’anima, specie in una trasmissione che magari è ascoltata anche da chi, legittimamente, se ne sbatte il cazzo di quello che penso io. Non biasimo nessuno e so di avere io gusti particolari. Ma Winter l’ho passata solo due o tre volte perché le responsabilità pesano, e bisogna saperle maneggiare; quando la metto on air la consegno a voi ascoltatori – ora lettori – che potete scegliere l’uso da farne. Ascoltarla muovendo lentamente la testa, magari mentre pensate al pomeriggio e a quando avreste voglia della vostra coperta rossa preferita sotto cui infilarvi e bere un cappuccino, o vivere l’esperienza senza limiti, gustandovi un viaggio onirico.

Se scegliete la seconda opzione, però, la strada sarà più difficile: si tratterà a quel punto di iniziare a elaborare sul serio il lutto, la mancanza, qualunque essa sia. Camminare verso dove non vorrete andare, abbandonare lo step di negoziazione cercando, come termine ultimo, l’accettazione di quello stato da cui scappavate. E non sarà certo facile, perché la sofferenza costa pezzi di anima—ma poi, una volta arrivati a destinazione, vi scoprirete più ricchi di prima: l’anima si autorigenera se stimolata da certa musica, scopre forme nuove e mostra nuovi orizzonti, e magari quello che prima vi sarebbe apparso semplicemente come un brano musicale all’improvviso potrebbe diventare il simbolo di quella malinconia che vi fa sentire il cuore caldo anche se fuori ci sono 10 gradi e il vento soffia forte un suono sconosciuto, quello di una musica sorda e, probabilmente, senz’anima alcuna.
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