L’avvelenata – Gli invotabili

28 novembre 2017 Blog
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fotodi FRANCESCO CERTO

“Chi vota a sinistra è un coglione”, parole e musica di Silvio Berlusconi. Era il dicembre 2007 quando, l’oggi ultraottantenne e ancora leader del centrodestra, attaccò pesantemente l’elettorato. La frase fu poi smentita, più un tentativo di spiegazione che di cancellazione di un concetto che sembrava essere caro all’ex Cavaliere. A memoria quello di Berlusconi rimane l’ultimo vero affondo di un leader politico verso gli elettori. Giusto o sbagliato? Poco importa, la riflessione nasce nei giorni in cui Cateno De Luca entra ed esce dalle aule del Tribunale di Messina, seguito a ruota dalla famiglia Genovese.

L’ultima accusa lanciata verso Francantonio, e parenti stretti, entra di diritto nel novero di quelle impossibili da semplificare. Tra conti offshore e passaggio di ingenti somme diventerebbe inutile travestirsi da esperti di diritto, lasciare il compito ai giudizi rimane l’esercizio migliore soprattutto in attesa che le posizioni vengano chiarite. Sulla tempistica c’è poco da dire: come fai sbagli. Durante la campagna elettorale avrebbe influenzato il voto, dopo sembra ricalcare il modus della giustizia ad orologeria. Insomma sarebbe comunque meglio non finirci sotto indagine, del quando poco importerebbe.

Cosa hanno in comune la frase di Berlusconi e il resto? Nulla, o forse tutto. La lunghissima e noiosissima campagna per le elezioni regionali ci ha regalato un nuovo termine: impresentabili. Con questa definizione il grillino medio indicava il candidato prossimo al compimento di un reato o già noto alle cronache giudiziarie. Passaggio innegabilmente scontato, il peccato vero è stato quello di ripeterlo allo sfinimento quasi come unico argomento politico. L’errore? Puntare ancora una volta sull’avversario e non sull’elettore. Troppo semplice coltivare il proprio fedelissimo: un paio di frasi trite e ritrite, un tormentone e il tuo bacino di voti non si intacca. Apostrofare l’avversario per strappargli un voto, oggi, non funziona più. Nella contesa politica si è scaduti ai livelli del match calcistico, un insulto è diventata una medaglietta da portare con onore sia per gli insultati che per il suo bacino adorante.

Molto più difficile, complicato e coraggioso fare il Berlusconi di turno (almeno quello della frase d’esordio). I politici col bilancino annoiano, non dicono più nulla e scadono in una retorica piacevole solo ai propri elettori. Difficile entrare nel campo minato dello scontro senza esclusioni di colpi con il popolo, non impossibile però. La lista degli impresentabili ha riempito le pagine dei giornali, i fatti hanno poi regalato giubilo a cinque stelle. L’occasione resta, però, di quelle mancate. Le oltre 17 mila preferenze di Luigi Genovese, quelle di Cateno De Luca o le chiacchieratissime 32 mila di Luca Sammartino a Catania dovevano essere anticipate da altra dialettica: l’attacco doveva essere all’elettore e non al Nello Musumeci di turno.

Provocazione un tanto al chilo è chiaro, neanche tanto perché in realtà banalizzare il tutto con “è voto di scambio”, rischia di non raccontare il reale momento di un Paese che fatica al non essere sempre uguale a se stesso. Pensare che migliaia di preferenze siano solo frutto di favori sarebbe staticamente errato, capire perché ci si affidi (consapevolmente) sempre alle stesse facce è molto più complicato. L’elettore non è un soggetto da corteggiare viscidamente, va messo di fronte alle proprie responsabilità e il suo diritto al voto non basta per garantirgli immunità. Non serve bollare come impresentabile il candidato avverso, la vera rivoluzione arriverà quando gli schiaffoni dialettici saranno diretti (anche) nei confronti di chi fa scorrere la matita nel buio della cabina elettorale.