L’avvelenata – Il Vangelo secondo Riina

Riinadi Francesco Certo

Chissà se poi in realtà era un uomo.
La pietà è un sentimento strano, di quelli che sovrastano il pensiero e rendono anche la persona più brillante in un coacervo di banalità retoriche. La morte di Totò Riina ha avuto il vantaggio mediatico dell’agonia, quella attesa che ha reso possibile a caterve di illuminati social di sparare la propria opinione non richiesta. Le più ilari rimangono quelle che puntano sul sacro principio che: non si risponde a crudeltà con crudeltà.

Facile scrivere, difficile vivere.

In realtà questa fumosa bonarietà la sveliamo solo post mortem, prima si resta tra coloro che sono sospesi in attesa di poter brillare di una luce fioca.

La morte di Totò Riina non ci dice, praticamente, più nulla. Nel mondo dove confondiamo finzione e realtà non abbiamo più il tempo per accorgerci delle pagine di storia che si scrivono sotto i nostri occhi. La mafia è esistita prima e continuerà dopo Riina: l’uomo elemento di natura conosce un lato selvaggiamente oscuro, quello che rinvigorisce un sistema radicato nel sangue e che di sangue ha smesso di macchiarsi in maniera evidente. La storia che si scrive la sottovalutiamo, errore marchiano di chi viaggia alla velocità di un televoto e dimentica l’unicità di una mente umana. La banalità con la quale abbiamo aperto questo scritto trova risposta, perché se non c’è pietà non possiamo poi accusare di mancanza di umanità. Un circolo viziosamente filosofico che alla fine poco interessa, più coinvolgente rimane il bagaglio che Riina porta nella sua freddissima tomba. Nel buio dei metri di terra che lo ricoprono potrà custodire, per la gioia di tanti vivi, pagine di Italia che difficilmente conosceremo.

L’uomo delle stragi, dei bambini sciolti nell’acido nonché l’unico capace di tenere le fila di un’organizzazione capillare e complicatissima come la Mafia. Il capo dei capi, che come definizione produce quella quantità di schifo buona per tutta una vita, comandava pur in regime di carcere duro e – in teoria – isolato dal mondo. Lo faceva per quello strano fascino misto a terrore che era capace di incutere, ci riusciva anche grazie al malato rispetto dell’anzianità tipico di un classicismo mafioso. Quasi romantico pensare che “finché il vecchio è vivo comanda lui”, virgolettato che nasconde un rispetto di equilibri troppo rischiosi da toccare. Onore e rispetto, sono parole che regalano conati ma raccontano un mondo fatto di leggi tramandate e ferree che nessuno può riscrivere.

Alle tavole del pensiero mafioso va aggiunta la nuova visione generazionale: la Mafia di oggi punta su obiettivi diversi dal semplice controllo delle strade, pratica ancora utile per tenere il piede schiacciato sul viso del popolo ma ormai meno fruttuoso di un appalto. Osserva con meno fascino il ruolo di padre padrone regnante, puntando sulla crescita esponenziale di piccole sacche di potere. Nessuna innovazione, solo l’evoluzione e la messa in pratica dei tanti segreti sotterrati insieme a Totò. Il suo Vangelo è di quelli che nessuno riconosce ma che in tanti vorrebbero poter leggere, il suo mancato pentimento è il sintomo maggiore di un uomo che sulla propria, e personale visione, dell’integrità ci ha costruito la possibilità di morire da detenuto temuto nonostante il totale deterioramento fisico e mentale. Il complottismo fa quasi più schifo del complotto stesso, per cui impiastricciare pagine di tesi sulla trattativa Stato-Mafia sarebbe esercizio di onanismo scrittorio. Riina muore da mafioso orgoglioso, finale scontato di una storia che racconta la vita di un intero Paese, lo stesso che oggi è bravissimo nell’archiviare e passare oltre. Riina è morto, la mafia continuerà, mai frase è più vera e condivisibile. Sbagliato è invece pensare che la morte di Totò sia solo un passaggio della vita: si chiude un trattato di storia, finisce nel silenzio una verità amara che nessuno potrà, forse, più raccontarci.

Essere siciliani non deve farci percepire diversamente la vita e la morte di Riina. Non deve farlo perché sarebbe dare spago al razzismo becero che divide i popoli per regioni, province e città. Beghe disgustose già in ambito sportivo, figurarsi quando le si usa per dipingere una parte di nazione. La vita e la morte di Riina fanno parte delle nostre esistenze, si è intrecciata con tutti noi e sforzarsi di dimenticarlo sarebbe l’ennesima vittoria dell’omertà e del silenzio. Nell’assordante non detto, che cancella e tutela troppi colletti intonsi, se ne è andato Riina, probabilmente col sorriso di chi crede di aver vinto.