WikiGreg – Pillole di musica dissidente: il primo pezzo non si scorda mai

Oh Davi, vuoi ridere? Inizio la stagione con una canzone sul suicidio

Erano le 13.40 di lunedì quando scherzavo con Pedelì. Stemperavo la tensione che inevitabilmente mi stava divorando, perché il primo giorno non è mai come gli altri, anche se in quella radio ci eri stato fino a tre giorni prima per parlare di progetti che vedranno la luce più avanti, anche se in estate qualche volta hai trasmesso, anche se l’ultima volta in onda era stata poco più di un mese fa, nella cornice de Glirrerammare.

Nessun giorno è mai come il primo giorno. Per questo gran parte della mia preparazione precedente vira su quale sarà il primo brano, perché deve simboleggiare al meglio quello che accadrà nei 150 giorni (sparo un numero a caso, tanto voglio sperare che nessuno di voi controllerà mai quanto dico) successivi di trasmissione. E quest’anno ho scelto una canzone sul suicidio, che in realtà è molto di più.

At least it was here credo sia il brano più famoso dei The 88, nonché forse l’unico ad avere varcato la soglia del loro condominio; chi la conosce, di solito, la conosce perché è cugino del cantante o perché comunque venti secondi di strofa e ritornello rappresentavano la sigla di Community, meglio conosciuta come la comedy più efficace, cinica e divertente di sempre. Le prime tre stagioni di Community sono tutto ciò che si può desiderare da uno show tv perché fanno ridere e sono una giusta parodia tra il serio e il faceto di tante situazioni—come disse qualcuno un tempo, facendo una comparazione con The big bang theory, quest’ultimo è uno show mediocre su persone brillanti, mentre Community è uno show brillante su persone mediocri.

Non voglio inimicarmi i fan di TBBT che poi in fondo chissene, ma è questo quello che cerco dal mio programma, quello che voglio da me. Voglio essere in grado di portare avanti tra alti e bassi questa idea, sapendo che ci saranno giornate più ispirate e altre fuori focus, perché non è semplice prendere sempre la giusta mira dietro quel microfono. Intanto ci proviamo, e il perché lo suggerisce anche una canzone che parla di suicidio, ma lo fa in modo particolare, come fosse una lettera o una confessione, che si chiude con quella frase che, lunedì più che mai, volevo dedicare a quella stanzetta, a quel microfono, a quel pc—e non per le interviste (a proposito, l’avete sentita la chiacchierata con Ghemon?), ma per tutto quello che è RadioStreet oggi.

Perché, cara, voglio dirtelo pubblicamente e con tutto il cuore: “Oh, I love you more than words can say”.

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