La Libreria ad Angolo di Stefania Arinisi

La Libreria ad Angolo A Tutta Trama: completa il racconto che la nostra Stefania vi propone ogni settimana.
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Brividi

Si racconta che le anime che troppo hanno amato la vita o hanno lasciato qualcosa in sospeso su questa terra, restino attaccate alle cose materiali e continuino a vagare tra noi in cerca dell’appagamento di quel desiderio rimasto irrealizzato. Morti violente, peccati da espiare o dolori infiniti animano l’eternità di queste infelici creature. Molte drammatiche e terribili storie ho udito nel corso della mia vita, ma ce n’è una su tutte che continua a turbarmi. Ne sono venuta conoscenza attraverso la bocca fidata di un caro amico, dunque non ho motivo di dubitare della sua veridicità. Il consiglio che posso darvi è quello di non osare mai stuzzicare i morti, lasciateli dove sono, in cielo e in terra che sia, meglio non entrare in contatto con queste anime, potrebbero provare a trascinarvi nel loro mondo cristallizzato di sofferenza, paura e solitudine.

Era una sera di fine estate, in un palazzotto della periferia di Messina. Faceva un caldo soffocante e i ragazzi stavano seduti come ogni sera sul muretto in cortile. Fumavano erba e si raccontavano storie dell’orrore, perché i brividi che ti dà la vita a volte non bastano, te ne devi cercare degli altri, più magici e forse ancora meno comprensibili. Ad un certo punto Mirko disse che si era stancato di raccontare storie, voleva provare l’adrenalina, quella vera. “Perché non entriamo dentro il cimitero?”, propose elettrizzato all’idea di dare una scossa a quella pigra e noiosa serata estiva. Simone e Carlo sgranarono gli occhi e fissando allucinati l’amico, scoppiarono a ridere all’unisono. “Perché dovrei passare la sera del mio ventunesimo compleanno in mezzo ai morti?”, chiese ancora divertito Simone. Il perché era abbastanza chiaro, infatti Mirko non rispose ma si avviò a passi decisi verso il motorino. “Io ci vado, voi fate quello che vi pare”, il suo sguardo sicuro li sbeffeggiò ancora per un po’, poi prese lo scooter e partì a tutta velocità.  “Vuoi sapere la verità?”, disse Carlo a mezza voce, “Io ho paura, Simo, con i morti non si scherza. A mio zio è successa una cosa terribile, dopo essere entrato di notte al cimitero. Era solo un ragazzo ma ne ha portato le conseguenze per tutta la vita.” Simone gli sorrise con quella serenità che gli infondeva sempre l’aver fumato: “Hai ragione, Carlo, ma Mirko è già andato lì e non possiamo lasciarlo da solo. Che ne dici?” Era già montato sul suo scooter e aspettava ansioso che l’amico si decidesse a seguirlo. Carlo scosse la testa. “Non può portarci nulla di buono.”

Lì, nel cortile del palazzo, le fronde degli alberi si agitavano al mite vento estivo, e sembrava che ombre sconosciute, origliata la conversazione tra i tre, uscissero compiaciute dai loro nascondigli per seguirli laddove erano diretti. Mentre scorrazzavano per le strade semideserte, nella notte tra il cinque e il sei di settembre, alle 3.30, l’ora che dicono essere del diavolo, Simone e Carlo non sentivano il peso di quello che stavano per fare. Avevano ventun anni, tutta la vita davanti, poche esperienze e una gran voglia di sentirsi coraggiosi e invincibili. Mirko era già arrivato da qualche minuto, e se ne stava appoggiato al muro che costeggiava il Campo Santo. Quando li vide arrivare gli si allargò un grande sorriso sulla faccia da bambino. “Sapevo che non mi avreste piantato in asso!” – “Vaffanculo!”, gli urlò Carlo, pentito di essere arrivato fin lì.  “Oh, il bambino ha paura. Sei sempre stato un cacasotto, Carletto.” Simone fece appena in tempo a mettersi tra i due che stavano per darsele di santa ragione. “Ragazzi, calmatevi, non fate gli stronzi. Non vorrete rovinarmi il compleanno?”, sibilò tra i denti per evitare di far troppo rumore, “Su andiamo, questo mi sembra un buon punto da cui poter scavalcare.”

Il muro non era così alto e qualche foro, segno del tempo che passa, aveva creato un buon appoggio. Simone e Mirko lo scalarono con grande agilità; Carlo rimase per ultimo, non perché fosse incapace di farlo, ma per via di un ultimo ripensamento. I due amici lo attendevano dall’altra parte nella semioscurità. “Che cazzo stai facendo?”, fu l’ultima esortazione che convinse il ragazzo a proseguire l’ impresa. Si fece il segno della croce e varcò il muro. Quando furono tutti dentro ci fu un attimo di spaventoso silenzio, a stento si riusciva a intravedere un sentiero contornato da alti cipressi.

Il vincitore è Dario Donnina:

Il silenzio di quel luogo eterno fu interrotto dalla cavalcata di battiti di cuore degli impavidi ragazzi. Tre cavalli impazziti dentro un recinto che non gli apparteneva, che avevano violato senza immaginare a quali conseguenze sarebbero andati incontro, ma ormai era troppo tardi. Mirko, Carlo e Simone – ancora avvolti da quella falsa allegria del fumo – iniziavano la loro bravata notturna tra le lapidi di un folto gruppo di bambini, tutti morti tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900. Foto sbiadite, nomi distorti per la scomparsa di alcune lettere, marmo distrutto dalle radici dei cipressi cresciuti attorno: “sembra una festa di Halloween” –
esclamò Simone – ma nessun dolcetto o scherzetto era li adattenderli. Più aumentavano i passi e più le luci della strada si facevano lontane, tanto da lasciare il trio completamente al buio. Le torce dei cellulari e gli accendini non riuscivano a illuminare la paura che aumentava. Il capobranco Mirko, con aria spavalda, e in conflitto tra una noia perenne e l’insolente sfida che lanciava alla vita, propose ai due amici di entrare dentro una cappella, di quelle monumentali, con grandi vetrate colorate, appartenente a una nota famiglia di Messina. Carlo: ”Tu sei completamente fuori di testa. Ti ho accompagnatosolo perché oggi è il compleanno di Simone e domani il tuo, ma io adesso vado via, devi capire quando si superano i limiti”. Mirko gli scoppiò a ridere in faccia, iniziando a elencare unaserie di aggettivi per deridere l’amico: codardo, cacasotto, vigliacco. Ma a Carlo non importò, nella sua mente rimbombavano solo le parole del caro zio – “i morti non si
sconcicano” – girò le spalle e tornò indietro, prima a passi lenti, poi, ritrovatosi solo, nel mezzo del cimitero, spinto dal puro terrore e da un’irrefrenabile dose di adrenalina, accelerando il passo, fino a scavalcare il muro del Gran Camposanto. Si sentì improvvisamente meglio, come quando si sa di aver fatto la cosa giusta. Si sedette sullo scooter, e dopo un paio di minuti vide scorgere la figura di Simone. Il ragazzo era in preda ad una crisi di panico, le lacrime gli impedivano di parlare, solo gemiti fuoriuscivano dalla sua bocca, e un fortissimo odore di piscio investì Carlo, nel frattempo andatogli incontro.
“L’ho visto… l’ho visto… Mirko… chi era… cos’era?”. Simone farneticava parole senza alcun senso, il terrore era ancora troppo vivo nel suo sguardo. Carlo provò a strattonarlo per farlo tornare in sé, ma l’amico si accosciò a terra, ancora con i pantaloni zuppi. Cosa fare? Sorvegliare Simone o rientrare al cimitero per cercare Mirko e capire cosa fosse successo? Era impossibile prendere un’immediata decisione. All’improvviso i ventuno anni di Carlo diventarono pesanti come i mattoni.
Occorreva agire. Fece sdraiare Simone su una panchina, il ragazzo era ancora pietrificato. Si avvicinò al muro e ripeté gli stessi movimenti compiuti poco prima – piede destro e spinta da terra – e si ritrovò nuovamente nel buio. La situazione era troppo grave per mantenere il silenzio che quel luogo richiede, e così iniziò a gridare il nome di Mirko:“Non fare stronzate, dove sei? Mirko per favore, fatti vedere.Mirko – tra urla e pianto – ho paura”.
Nessuna reazione, nessun rumore. Carlo disperato continuava a correre, vagava senza fermarsi – ricordava la battuta di un film, “in caso di pericolo il movimento è vita” – arrestando la sua corsa si sarebbe sentito scoperto. Poi, d’un tratto si fermò, lo aveva riconosciuto; solo Mirko poteva indossare un giubbino giallo in piena estate – le deboli fiammelle delle tombe lo facevano luccicare – e tirò un sospiro di sollievo. Mirko era in piedi, davanti ad una lapide, testa china. Carlo lentamente si avvicinò verso l’amico, perdendo immediatamente quella sensazione di sollievo avvertita pochi secondi prima. Allungò una mano verso la spalla di Mirko, e
dovette fare un po’ di forza affinché il ragazzo si girasse. Il tempo si fermò. Carlo fu investito da una scarica di brividi lungo tutto il corpo, non riuscì a provare più nulla. Niente paura, niente lacrime, niente voce, anche il respiro s’interruppe.Il volto di Mirko era scarnificato, come se fosse in uno stato di putrefazione da decenni. Ma era vigile, si muoveva, bisbigliava parole. Alzò il braccio e con l’indice della mano puntò qualcosa. Carlo gettò gli occhi sulla lapide che l’amico gli
indicò.
Mirko Messina

“6 settembre 1996 – 6 settembre 2017”

 

Qui la nuova trama da completare:

Uno strano invito a cena

Il vestito non poteva essere più perfetto, scelto con cura per un’occasione importante, se così poteva
essere definita. Aveva fatto molte congetture su quello strano invito arrivato via email, eppure alla fine si
era lasciata convincere a causa di quel suo modo romantico di vedere le cose che la portava a immaginare
avventure sentimentali da romanzetti di quart’ordine. Adesso si trovava di fronte a una villa maestosa, con
un tizio pronto a parcheggiarle la macchina nell’ampio vialetto, un maggiordomo compito e perfino la
servitù; proprio come in un castello principesco. Nessuna persona sana di mente sarebbe giunta fin lì, ma
non Marta, lei aveva un vero talento per le scelte infelici.
Una cameriera allampanata, dai capelli rossi e spettinati, la condusse attraverso quello strano posto
barocco, dove ogni cosa trasudava valore. Le bastava guardare un qualsiasi oggetto per vederne il prezzo in
sovraimpressione. “Perché certa gente ha bisogno di roba così costosa per sentire di valere qualcosa?”,
chiese tra sé, mentre finalmente varcava la soglia dell’immensa sala da pranzo. Appeso al soffitto un
lampadario di cristallo, troppo lussuoso persino per quell’ambiente, gettava bagliori sibillini sul volto
dell’unico commensale. Il viso seminascosto da un’ombra studiata ad arte, smoking e papillon. Marta pensò
che doveva trattarsi di un giovane rampollo di buona famiglia, invaghitosi di lei dopo averla vista in quella
pubblicità di mentine.
“Buonasera”, sussurrò una voce dal timbro caldo e giovanile. La giovane restò in religioso silenzio, a
immaginare il lieto fine. “Ti stavo aspettando, Marta. Avevo proprio voglia di conoscere la persona che
dovrò uccidere.”
La ragazza rimase impietrita a osservare con gli occhi sgranati la figura che aveva pronunciato quelle parole
assurde. “E’ uno scherzo…”, riuscì a biascicare.
“No, io non scherzo mai”, rispose l’uomo con un ghigno beffardo sulle labbra.

 

di Stefania Arinisi, manda una mail a: atuttatrama@gmail.com