WikiGreg – Pillole di musica dissidente

The cruelest dream, reality
I ragazzi non stanno bene, e non staranno bene mai. Funziona sempre così, perché È sempre così.
I ragazzi non stanno mai bene in quanto ragazzi, in quanto adolescenti, perché a quell’età il mondo ce l’hai contro anche se sei il principe Harry e non puoi trasgredire quelle due o tre regole che, da ragazzo, ritieni inutili. Alcuni poi crescono e cambiano idea, altri continuano a maturare una sensazione di fastidio, tremendo fastidio verso il mondo esterno. Non solo le regole non vanno bene, ma vanno sempre peggio anche quelli che le regole le dettano; le comandano, ai loro occhi, costringono tutti a essere meno sé e più loro.

Essere contro non significa essere dalla parte giusta, non a prescindere. Ma quando sei un ragazzo, quando hai sedici anni probabilmente sarebbe più grave se non lo fossi. Se da adolescente fossi d’accordo con ogni regola, con ogni imposizione che viene da un’epoca in cui forse non eri neanche nato, non avresti voglia di cambiare il mondo. È una voglia stupida perché poi cresci e il mondo non lo cambi — almeno questo è quello che ti viene consigliato di pensare. Stai al tuo posto, nel tuo banco. Studia, ma entro certi limiti. Ripeti in quel modo la lezione. Non ascoltare certa musica, non leggere certi libri, non pensare troppo a modi alternativi di vita.

Puoi unirti a loro più avanti anche restando te stesso. Anche continuando a non essere uno di loro, non del tutto. Possono avere una parte di te, ma la scintilla non farla spegnere mai. Sono quelli come te che cambieranno il mondo. Quelli che, anche se non più ragazzi, non stanno bene.

Dissident l’anno scorso iniziava così. Iniziava la stagione parlando di ragazzi che hanno perso, raccontati dalla voce di chi quei ragazzi li conosceva. Ci era cresciuto insieme, fianco a fianco, aveva condiviso qualcosa di importante, la parte più importante della propria vita, quella in cui cominci a capire chi sei. Non sai se perderai, se vincerai o se semplicemente trascorrerai nell’anonimato quei sessanta-settanta anni che ti sono stati concessi su questa terra. Dissident iniziava con il racconto di un privilegiato, uno che ce l’ha fatta e può portare avanti la voce degli sconfitti. In modo quasi profetico, quello che abbiamo provato a fare per una stagione intera. Quello che proveremo a fare anche nella prossima, dalla nostra postazione particolarmente comoda, sapendo cosa vuol dire perdere, perché proprio per questo abbiamo imparato ad assaporare al meglio ogni forma di vittoria.

Perché neanche noi stavamo bene, e forse ora non va tanto meglio. Ma ci siamo, e possiamo raccontarcelo.
Ci sentiamo presto.

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