Dal “Cortile-Teatro Festival” ai nuovi progetti in cantiere: a Messina si respira il teatro di Roberto Bonaventura

27 luglio 2017 Spettacolo
cinzia

Cinzia Muscolino in “Niño “

Dopo un “Uomo a metà” e in attesa di “Vina Fausa” di Simone Corso, facciamo il punto con il regista e direttore artistico messinese, riscoprendo, soprattutto, un modo di vivere e fare teatro diretto ed essenziale.

Potremmo anche azzardarci a chiamarlo “figlio d’arte”, con una madre scenografa e un padre critico teatrale, ma Roberto Bonaventura è forse, anzitutto, figlio di Teatro. Regista messinese e, in passato, anche attore, lo si riconosce prima da quei due riccioli ribelli che gli ricadono spesso ai lati della fronte e poi da qual modo di parlare pacato, con poche incerte e che va al sodo della questione. Impegnato a curare in questo mese il “Cortile-Teatro Festival”, rassegna di 4 spettacoli che dal 10 al 31 luglio ha aperto ai messinesi, tra l’altro, le porte di uno dei palazzi più antichi, sconosciuti e affascinanti della nostra città; Roberto ci racconta esperienze suggestive, collaborazioni e progetti. Ma anche modi di vedere e concepire il teatro, di sentirsi regista e attore, si essere uomo di spettacolo e, inevitabilmente, anche persona. Lo fa con quello spirito che è proprio di chi il teatro, con tutto ciò che può racchiudere, lo conosce, perché lo ha respirato da sempre a pieni polmoni.

Una sedia, un attore, poche luci, una storia che non è mai uguale a sé stessa perché muta e risponde alle leggi del luogo in cui la si racconta e di chi lo fa, e poi, ovviamente, il pubblico. Sipario aperto e spettatori che si trovano davanti un dramma che si maschera d’ironia, come richiesto da formula preferita di questo regista “essenziale”; e non perché il riso abbondi sulla bocca degli stolti, ma perché la risata faccia da anticamera del pensiero e il teatro cortocircuito che insinui probabilmente la necessità del riflettere e conoscere, forse anche dello scoprirsi.

Tra un modo di dire africano e il sospetto che gli spettacoli del Cortile stiano avendo così successo soprattutto per il ricco buffè finale, Roberto ricorda gli anni della gavetta, prendendone spunto quando gli viene chiesto di fornire un paio di dritte a chi desidererebbe un giorno “stare dietro le quinte” ed essere, non fare, il regista. Sono consigli pratici, dettati da quanto appreso in passato durante le prime esperienze e quanto continua costantemente ad imparare, sempre, ad ogni singolo spettacolo. Restio a rilevare piccoli rituali, ammettendo forse con una certa sorpresa di essere forse più scaramantico di quanto sospettasse, ma deciso a far incontrare e conoscere ai messinesi un teatro diverso, potente e sostanziale che, numeri alla mano sulla rassegna di quest’anno e su quelle precedenti, coinvolge e piace già tanto. Unica pecca? Promette di fare ancora con noi quattro chiacchere per rivelarci di più sui progetti futuri che ha intenzione di produrre, fornendoci qua e la solo piccoli indizi, costringendoci così a stare sulle spine.

Non ci resta che aspettare quindi cosa Roberto Bonaventura avrà in serbo per noi, godendoci, nel frattempo, l’ultimo spettacolo con il quale si chiuderà la rassegna a Palazzo Calapaj-D’alcontres lunedì 31: “Vina Fausa” di Simone Corso.

Il Cortile-Teatro Festival sta per presentare l’ultimo spettacolo in programma da cartellone: “Vina Fausa” di Simone Corso. A questo punto, com’è andata la rassegna? Il vostro impegno è stato premiato dal pubblico?
“Sicuramente posso dire di si. Abbiamo lanciato questa sfida che in realtà era più una scommessa, venendo dall’esperienza del Forte Teatro Festival, che era un’ esperienza, un posto già collaudato e che ha già avuto un grande successo. Il Cortile in realtà nasce da un’idea di Giuseppe Giamboi, amico, proprietario della Cucchiara e attore con cui in passato ho lavorato. L’anno scorso mi ha invitato a dare un’occhiata a questo cortile, così bello. Ho pensato subito che si sarebbe potuto organizzare qualcosa lì, ma quell’anno non ce la siamo sentita. Quest’anno, invece, ci abbiamo voluto provare. O la va o la spacca, mi sono detto. Così abbiamo cominciato a preparare tutto, rispettando la formula che ci permette di presentare spettacoli di un certo tipo, piccoli e che si potessero adattare al posto. Le nostre aspettative non erano così alte all’inizio, invece già dal primo spettacolo, Nin͂o di Tino Caspanello con Cinzia Muscolino, ci siamo resi conto che la gente rispondeva benissimo, tanto da riuscire a riempire il cortile. Sarà perché più alla mano, sarà per la curiosità di vedere uno dei pochi posti rimasti intatti dopo il terremoto e non molto usufruibile; sarà per la qualità degli spettacoli o anche del cibo… sta di fatto che il successo che stiamo avendo sta andando al di là delle nostre aspettative. Già dal secondo spettacolo abbiamo dovuto mettere su due repliche e anche per il terzo, Un uomo metà”.

Insomma, questo ‘palcoscenico vergine’ ha aiutato molto le performance della rassegna…
“Si, infatti! Il Cortile ha aiutato gli spettacoli trasformandoli. La cosa bella di questo tipo di manifestazioni è che si possono fare spettacoli che si adattino al posto, che siano sempre diversi e si discostino un pò anche da quello che succede in teatro. Insomma, acquistano un’altra magia, importante e diversa, soprattutto perchè il pubblico ha l’oipportunità di usufruirlo in un’altra maniera”.

Secondo c’è un fil rouge che collega gli spettacoli presentati nella rassegna?
“Direi che se c’è non è un tema, ma l’artista: l’attore che racconta una storia e che cerca di farla vivere, su una piccola pedana, nella fantasia della gente che sta intorno. Preferisco proporre un teatro che è fatto dall’attore; anche adattare una storia al luogo, cosa a cui ho dato la precedenza, come ti ho detto, è una cosa che può fare solo l’attore. Questo ci tengo a sottolinearlo perchè uno spattacolo è si dalla drammaturgia e dal regista, ma anche dall’attore. Il teatro, in fondo, è un mix di tutto questo e molto altro”.

A proposito di registi…lunedì 24 è andato in scena uno spettacolo di cui tu sei regista, “Un uomo a metà”. Storia di un’impotenza fisica, ma anche intellettuale e sociale?
“Certo, è un simbolo. E’ un uomo cresciuto con valori precisi e in un determinato ambiente; ed è per questo che, in qualche, modo costretto a scontrarsi con un mondo che è forse troppo forte per lui. È per questo che lui stesso dice di essere ‘un uomo a metà’, perchè è costretto in una forma che non gli permette di realizzarsi mai nei diversi campi della vita: quello del lavoro, della vita privata e sessuale. La storia di questo venditore di oggetti religiosi che soffre di impotenza sessuale è quindi un pretesto, perchè quest’impotenza va ben oltre. Il testo è stato scritto da Gaimpaolo Ruco, autore che ha ideato la trilogia di cui lo spettacolo fa parte e che tratta dell’importanza di cose apparentemente normali, come il mangiare o il bere, dormire e fare l’amore. Riprendendo un ceredenza delle tribù africane, secondo la quala per essere davvero realizzato e felice sia necessario essere padroni di tutte queste cose, Ruco nota come invece in occidente non ci siano nessuno che non abbia almeno un problema in uno di questi mondi. Quindi lo trovo molto intelligente come punto di partenza! Ora stiamo cercando un modo per completare la trilogia, producendo tutti gli altri spettacoli, ma purtroppo non è impresa facile. Per mettere su uno spettacolo ci sono degli sforzi, soprattutto economici, importanti e difficili da affrontare”.

Nello spettacolo, così come in altri da te curati, si può notare anche la presenza del dramma che si veste di ironia.
“Diciamo che a me piace scegliere toni molto ironici, giocando anche sul divertimento, per poi dare la mazzata. Si comincia con il far ridere la gente che però, ad un certo punto, si ferma e inizia a capire che sta ridendo di una tragedia. L’effetto è quello di una risata che si ferma pian piano, che va a scemare mentre si comincia a riflettere. Gli spettatori commentano ‘aspetta, ti stanno facendo ridere ma in realtà la cosa e tragica!’. Ed è in quel momento che arrivata tutto, qualcosa che puoi forse portarti via e su cui continuare a ragionare. È un modo per non far passare inosservate determinate cose che magari non notiamo, o che non vogliamo notare, e su cui non ci soffermiamo perché non le riteniamo vicine. Ecco, se il pubblico viene coinvolto e comincia ad entrare nel gioco dell’ironia, riesce poi recepire veramente il messaggio forte si cela dietro”.

Tu hai una lunga carriera alle spalle, ricca di progetti e di collaborazioni, che si accompagna anche ad una certa ricerca ed evoluzione artistica. Riesci a rintracciare, in tutto questo, un punto di svolta, un momento di cambiamento importante?
“Io credo che i punti di svolta siano continui: le persone che incontri, i lavori in cui sei coinvolto, ti danno sempre qualcosa. Io sono cresciuto in un ambiente teatrale, mia madre è scenografa e mi portava sempre con lei quando costruiva le scene; mio padre è critico teatrale, cosa che mi ha aiutato ad assumere lo sguardo dello spettatore. Ho sicuramente imparato molto anche dai tanti registi messinesi, come per esempio Ninni Bruschetta, con cui ho avuto il piacere di lavorare. Anche perché erano spettacoli che appartenevano a generi molto diversi. Una delle svolte iniziali più importanti è stata quando al Festival di Santarcangelo, in cui io andavo inizialmente come volontario, ho visto degli spettacoli che mi hanno cambiato, anche perché erano diversi, meno pomposi oserei, rispetto a quelli che offriva Messina. Sicuramente poi, un altro spettacolo che mi ha letteralmente stravolto la vita, è stato quello di Pippo Delbono su Pasolini, nel ’99. Ecco, in questo caso sono rimasto davvero scioccato, insieme, ovviamente, a tanti altri! Anche perché non solo partecipare come attore, ma anche guardare gli spettacoli, riuscendo comunque a farne parte, si può andare incontro a momenti di rivoluzione. Poi, invece, non più come osservatore, un’esperienza che reputo per me veramente importante è stata quella che ho avuto l’opportunità di fare insieme alla mia compagnia nel 2006, in occasione della messa in scena di uno spettacolo tratto dall’Asino d’oro. In fine non posso non pensare a tutti i progetti folli che abbiamo realizzato con Giovanni Boncoddo, in particolare quello che mi ha impegnato, per tanti anni, sull’Amleto. Immagina un piccolo gruppo di persone, in un castello di Montalbano, chiuso a lavorare giorno e notte proprio su quest’opera! Posso dire che quest’esperienza mi ha cambiato innanzitutto nel profondo, come personalmente che come teatralmente”.

Che consigli daresti ad un aspirante giovane regista messinese?
“Gli direi di trovare il modo di fare gavetta, seguendo una compagnia o un regista, anche pulendo il palcoscenico prima e dopo lo spettacolo. Respirare teatro, sempre, a 360°. Al di là di quello che ti puoi imparare da scuole e corsi vari. Frequentare ambienti diversi e il più variegati possibili, partecipando a festival e manifestazioni organizzati anche fuori dall’ambito cittadino, senza limitarsi mai a stare dentro un piccolo recinto e impedirsi di scoprire tutto ciò che c’è fuori. Soprattutto, poi, vedere teatro, stando a contatto con chi lo fa, credo sia una cosa importante perché da anche la possibilità di scoprire veramente le proprie attitudini. Insomma, non basta immaginare e teorizzare, perché limitarsi a questo non serve a niente”.

C’è un motto, segreto o gesto scaramantico che ripeti prima degli spettacoli?
“Diciamo che io sono abbastanza riservato in queste cose, nel senso che non coinvolgo nessuno nei miei riti. Ad ogni spettacolo ho il mio ed è sempre diverso. O meglio, lo condivido con gli altri attori ma senza farglielo sapere. Dico di non essere uno scaramantico ma in realtà lo sono più di tutti!”.

Futuri impegni e progetti?
“Oltre quello di riuscire a realizzare per intero la trilogia, anche ovviamente di completare la rassegna. Adesso ci aspetta uno spettacolo a cui tengo molto, diverso dagli altri perché ci saranno tre attori in scena e che ritengo sia molto coraggioso, sia per l’argomento che tratta sia per il modo in cui sono stati in grado di riportarlo, seguendo quella chiave ironica ma che porta allo sforzo della riflessione. E poi abbiamo un altro progetto in mente di cui ancora però non posso anticipare niente! Nell’immediato, invece, posso dirti che stiamo cercando di organizzare un’altra rassegna teatrale nel promontorio più a nord della Sicilia, vicino Pianotorre, in un piccolo bosco raccolto, dove vorremmo proporre una serie di spettacoli al tramonto, per poche persone. Adesso siamo in dirittura di arrivo con il programma e lo segnaleremo il prima possibile”.

Roberto, nel salutarti un’ultima domanda: ma… quando ti riposi?
(ride, ndr) …MAI!”

cortile

Serena Iudica