Quando Tomas Milian recitò con noi

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C’è un collegamento folle tra Tomas Milian e RadioStreet Messina, e risale a dieci anni fa, a quelli che amiamo ricordare – scherzosamente, per carità – come “gli anni di piombo” di RadioStreet Messina.
La prima web-radio messinese era diventata da poco un’emittente in FM. A rigore, un passo indietro in tecnologia, ma speravamo anche un enorme balzo avanti nel rapporto con il pubblico e con la città. Speravamo.

In realtà, in quei giorni del 2007, cominciavamo a scoprire che la radiofonia locale in FM è per lo più “fangu e sangu”, come diceva il Cammaroto; una trazzera accidentata, da percorrere con l’ostinazione picaresca di Brancaleone da Norcia.
RadioStreet in FM non aveva sede nel cuore della città, come oggi. La sede di allora, per carità, bella era bella, storica era storica, ma parliamo pur sempre di Forte Petrazza, un luogo marziale abbarbicato su una collina strategica, sì, ma fredda, sia nel senso del clima, sia nel senso del distacco dal centro.
Tra quelle pietre gelide, i ponti radio che saltavano, le alluvioni che si abbattevano, la corrente elettrica che andava e veniva come sull’albero di Natale, le linee telefoniche e internet che apparivano come epifanie, la sfida di “fare” RadioStreet e portarla dentro le orecchie dei messinesi non era una banalità. Era un’ammazzata.

Avevamo però un validissimo alleato, un caro amico oggi scomparso dalla terra dei vivi (proprio come Tomas) ma sempre presente nei nostri cuori (anche qui, esattamente come Tomas). Era “Ufficio Spettacoli”, il glorioso freepress tascabile che ha raccontato Messina ai messinesi per oltre tredici anni.
Sia per RadioStreet che per “Ufficio Spettacoli”, gli “anni di piombo” erano un periodo di grande libertà creativa. Proprio come le lande del far west, teatro di mille scorribande del grande Tomas Milian, anche RS e US erano territori aperti a chi avesse avuto abbastanza fantasia e, soprattutto, valìa di inventare, sperimentare e provare a sorprendere.
Così, un bel pomeriggio, ci inventammo una follia, un altro balzo indietro e un altro passo avanti sul piano della goliardia, o meglio del trash volontario (che poi si chiama camp): portare i fotoromanzi su “Ufficio Spettacoli”.
Come “Grand Hotel”, come “Cioè”. Creammo “RadioStreet Story”, un fotofumetto a puntate sulla vita della redazione di RadioStreet in FM. Non la vita vera, per fortuna dei lettori. La vita come ce la immaginavamo. Grazie al potere di PhotoShop, molto più forte di quello di Grayskull, trasfigurammo le difficoltà reali in avventure deliranti, ambientate in mondi immaginari. Mischiammo le nostre orribili forografie a pezzi di film, disegni e cartoni, in una specie di ibrido tra Mary Poppins e Ciprì & Maresco.

E a un certo punto ci finì in mezzo anche Tomas Milian.

Quella che vedete in questo articolo-tributo-lacrimoni, ripescata dalla scatola nera del direttore Matteo Soraci, è la puntata 8 di “RadioStreet Story”. Fu realizzata nel novembre del 2007 con potenti strumenti tecnici: una fotocamera digitale (i cellulari non avevano ancora fotocamere dignitose) e un software Mac che si chiamava – e forse si chiama ancora – “Comic Life”.

Nel nostro foto-delirio, l’inconsapevole Tomas ri-vestiva – a quarant’anni di distanza – i panni del commissario Basevi. Quelli che vedete, infatti, sono dei fotogrammi (scontornati male, colpa mia) del film “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani (1968), in cui il Nostro interpretava l’antagonista di un altro, immenso mostro sacro del cinema italiano, Gian Maria Volonté.
Aver scelto Tomas, e quel vecchio film di Lizzani, era ovviamente un omaggio alla sua grandezza, reso, come suol dirsi, in tempi non sospetti. Una testimonianza di quanto abbiamo amato, amiamo e continueremo ad amare il cubano con gli occhi da pazzo.

Le foto dei giovanissimi Soraci e D’Avella in versione Bud & Terence furono realizzate dentro un’insigne Clio bordeaux metallizzata, ferma nel parcheggio antistante Forte Petrazza, sotto una coltre di freddo che appannava persino le retine degli occhi. La sala che vedete nell’ultima vignetta, invece, era l’allora studio 1 di RadioStreet, quello della diretta. Il logo in polistirolo era appoggiato alla bell’e meglio a una porta di compensato, a sua volta appoggiata davanti all’arco di pietra che divideva la nostra stanza dal lungo corridoio bianco che è la colonna vertebrale del Forte. Appena cento anni prima, nello Studio 1 di RadioStreet, venivano ricoverate le palle di cannone e la polvere da sparo.

Il risultato di tanto sforzo creativo è quello che vedete. Un fotoromanzo idiota ma che ci collega, anche in questo giorno di tristezza, al grande Tomas Milian.

Un’ultima nota: benché strappato a un film di 40 anni prima, come vedete è proprio lui, Tomas Milian, il più credibile e il più intenso degli “attori” di “RadioStreet Story”.

E questo ci insegna che se sei un mostro sacro della recitazione, riesci a “spaccare” anche quando non ci sei più.

Dario Morelli